Il brillante Senatore Ichino, valente giuslavorista che ha perorato per anni la causa della riforma del mercato del lavoro in senso liberista, ha spostato la sua attenzione sul versante previdenziale e, con un intervento sul suo sito, poi trasformato anche in una lettera sul lavoro (come la definisce lui) o di fiancheggiamento a Fornero (come la definirei io) al Corriere della Sera e pubblicata il 18 Giugno, fa opera di sostegno al Ministro che passa un momento di molto scarsa popolarità, a valle delle rivelazioni della stampa su documenti INPS con i dettagli dei veri esodati trasmessi al ministero il 22 maggio e venuti alla luce solo dopo la firma del decreto interministeriale che includeva una frazione (piccola) dei numeri passati da INPS.

Ichino, come detto, è un brillante e infatti porta brillantemente acqua al mulino delle tesi sue e di Fornero in materia previdenziale.

Esordisce indicando come la riforma previdenziale fosse indispensabile e urgente ma, contrariamente a quanto in modo un po’ autoreferenziale afferma nell’incipit del suo editoriale (“nota di approfondimento ricca di dati attendibili”), non porta a sostegno di questa sua tesi neanche l’ombra di un dato; ci spiega, brillantemente e verbosamente, che: “ Per decenni ci siamo consentiti di andare in pensione a cinquant’anni accumulando debito pubblico, poi debito per ripagare il debito e gli interessi sul debito, finché i creditori hanno incominciato a dubitare della nostra capacità di restituire il tutto. Così, di colpo, come per effetto dello scoppio di una “bolla”, la drammatica crisi del debito pubblico nel dicembre scorso ci ha costretti a rimettere i piedi per terra.”

Nessuno può contestare che abbiamo accumulato un debito pubblico gigante; quanto a imputarlo alla previdenza, però, occorrerebbe una (brillante) dimostrazione matematica, di cui non si vede traccia. Eppure i dati dall’INPS sono largamente disponibili in modo pubblico, non in relazioni pseudoriservate di cui si perdono le tracce.

Partendo dal 2011, l’INPS nel suo rapporto annuale ci dice alcune cose interessanti, da leggersi soprattutto in relazione al fatto che la riforma Fornero colpisce soprattutto i lavoratori dipendenti; ebbene, l’INPS inizia dicendoci (pag. 170) che nel 2011 ha erogato pensioni (genericamente) per circa 196 miliardi di € a fronte (pag. 154) di circa 151 miliardi € di entrate contributive. L’Ichino rampante potrebbe dire: ‘vedete che razza di buco!’

Approfondendo un po’, però, si può cominciare a depurare dalle prestazioni assistenziali per trovare che la sola previdenza (ancora sbagliato, spiegherò tra poco) ha erogato pensioni per 170,5 miliardi in quanto gli altri 25,5 miliardi sono andati in pensioni assistenziali; ‘niente di male’, potrebbe dire l’Ichino furioso, ‘anche così c’è un buco di quasi 20 miliardi di euro’.

Vero, ma sostanzialmente falso ai fini della valutazione della stabilità del sistema previdenziale; infatti nei 170,5 miliardi si annidano ancora le pensioni di invalidità e inabilità (che non paiono tanto previdenza quanto assistenza e sulla cui legittimità in molti casi ci sono dubbi) e, soprattutto, le erogazioni dal fondo GIAS (pag. 171) che è così tanto previdenziale che l’acronimo dato da INPS significa Gestione Interventi Assistenziali e che pesa, solo lui, 30 miliardi di €.

Al netto di questo esborso, anche volendo mantenere tra le spese previdenziali le invalidità e le inabilità e senza neppure andarci a vedere chiaro, le prestazioni previdenziali del 2011 scendono a circa 140 miliardi di euro. Del resto anche senza numeri c’è una logica a supporto; infatti a pag. 204 l’INPS spiega che nel 2011 ha erogato ai lavoratori dipendenti circa 9.190.000 trattamenti previdenziali con un calo di circa 123.000 rispetto al 2010 (effetto assai prevedibile delle finestre mobili introdotte dal precedente governo), a fronte di circa 12.395.000 lavoratori attivi iscritti, con il rapporto tra attivi e quiescenti che si è innalzato oltre il 134%, dal 131 % dell’anno precedente.

Nessuna traccia, quindi e con buona pace di Ichino, di pressanti esigenze di bilancio che avrebbero costretto il malcapitato ministro Fornero a rimediare di colpo a decenni di sprechi e bilanci abissali sul versante previdenziale. Un mio amico di gioventù avrebbe commentato: ‘la scusa, trovala meglio!’.

Per rimanere poi in materia di confronti con l’Europa, l’INPS alle pagg. 194 e seguenti mostra tabelle sui già noti regimi degli altri paesi europei, a ulteriore dimostrazione che l’italia Forneriana, con un colpo di reni, sta battendo sul traguardo tutti gli altri paesi, se è vero, come è vero, che nessuna nazione ha obiettivi di età del ritiro superiori a 67 anni (a regime, molto in là nel secolo) mentre l’Italia, con un innalzamento subitaneo a 66 anni, si prefigge sulla base della riforma e dell’agganciamento alle aspettative di vita, i 70 anni, cioè in sostanza l’abolizione tout court della pensione, almeno per la popolazione maschile. Si, perché, contrariamente a quanto dice Ichino che nel suo editoriale parla di una vita media di 83 anni, sempre l’INPS, a pag. 166 spiega che la vita media dei maschi italiani è di 79 anni e quella delle donne di 84.

In sintesi, il rapporto dell’INPS dipinge un quadro in netto e sostanziale miglioramento rispetto al 2010 anche senza la riforma Fornero della quale le motivazioni vanno cercate altrove. Giova comunque ricordare che il Fondo Previdenza Lavoratori Dipendenti già negli anni precedenti aveva generato attivi per l’INPS, l’anno peggiore essendo stato il 2010, con circa 500 milioni di euro di attivo.

Quanto alla bontà del sistema contributivo rispetto al retributivo, in linea di principio concorderei con Ichino sulla sua maggiore equità, se non fosse per i criteri di rivalutazione dei contributi versati che, agganciato alla media della dinamica Pil, configura quasi un’estorsione, datosi che lo Stato utilizza i contributi per erogare anche prestazioni assistenziali per le quali dovrebbe indebitarsi a tassi molto più alti in assenza di quei contributi che anno dopo anno l’INPS rastrella. Ma di questo avrebbero ragione e dovere di lamentarsi i giovani che si troveranno la polpetta avvelenata di una riforma che è stata propagandata essere nel loro interesse; comunque tra anziani e giovani stiamo contribuendo e contribuiremo a contenere quella “bolla del debito pubblico” a cui accenna Ichino, ma che da altre parti deriva e là doveva essere risolta.

E veniamo infine alla proposta di Ichino di favorire il reinserimento dei 60enni esodati nel mondo del lavoro; ottima idea ma che cozza con le condizioni del mercato che non mi sembra neppure necessario commentare e con errori tecnici marchiani nella riforma; infatti, grazie alle misure disincentivanti che Fornero manco ha voluto discutere con nessuno, un esodato che decidesse di reinserirsi accettando magari un contratto di 12 mesi a retribuzione inferiore (Ichino suggerisce i part time) così posticipando la propria messa a carico dell’INPS, riceverebbe in cambio: 

– posticipo dell’andata in pensione da un minimo di 3 anni e 7 mesi a un massimo di oltre 5 anni

– abbattimento dell’assegno pensionistico calcolato sulla parte retributiva in quanto una levata d’ingegno ha stabilito che dal punto di vista della percentuale sul massimo gli anni col retributivo siano congelati alla data del 6 Dicembre 2011, mentre il valore della retribuzione venga calcolato sulla media degli ultimi 10 anni, comprendendo anche i periodi dopo la fatidica data. Totalmente disincentivante; puro bastone senza alcuna carota in vista; e questo è un errore tecnico che fatto da una “tecnica” risulta assai più grave.