Rispetto al 6 maggio scorso è cambiato tutto. Nella testa della gente e nell’anima dei candidati. I custodi del bipolarismo muscolare che hanno fatto il bello e il cattivo tempo sotto l’Acropoli negli ultimi quarant’anni, hanno perso smalto ed entusiasmo. Alla nuove elezioni in Grecia, i socialisti che ripartono da un misero 13% sono dati in caduta libera e non servono i sondaggi, che pur convergono su questo dato, a confermarlo. E’ sufficiente scendere in strada o passeggiare al mercato per capire che, qui, un’epoca si è chiusa. I conservatori di Nea Dimokratia, primi classificati pur con solo il 18% (in virtù del 40% di astenuti, record europeo) hanno “riguadagnato” la scissionista Dora Bakoyannis, già ministro degli esteri e soprattutto figlia del noto politico Mitzotakis e vedova di Pavlos Bakoyannis, freddato dai terroristi. Basterà per fermare l’onda Tsipras?

Il 37enne leader del Syriza, sinistra radicale, viaggia con il vento in poppa e parla già da primo ministro: “Siamo pronti a governare”, ha scandito ieri da piazza Omonia ed entro una settimana promette di tornare da Bruxelles a mani piene. Il riferimento è alla pietra dello scandalo, all’elemento su cui verte non solo la politica greca ma, oggi e nei prossimi giorni, quella mondiale: il memorandum della troika, che il capo delle sinistre radicali intende rinegoziare con Ue, Fmi e Bce. In quanto sottoscritto al ribasso da Samaras e Venizelos. E soprattutto sul futuro dell’eurozona Tsipras si è preoccupato nelle ultime due settimane di far sapere al mondo (intervistato da Bbc e Guardian) che non è anti euro né anti Nato.

Video di Tommaso Rodano e Roberta Zunini

Ma, detto questo, non intende se sarà eletto conservare lo status quo ellenico che con il piano europeo peggiora sensibilmente. Ovvero: 22% di disoccupati, 252 suicidi da crisi, secessione per il sesto anno di fila. In un panorama già “azzoppato” da gravi deficienze storiche strutturali: dove la Chiesa non ha mai pagato una dracma né un euro in tasse allo stato, oltre a curricula e trasparenza finanziaria dei politici introvabili. Al pari delle grandi assurdità della Grecia di oggi, frutto di cinque lustri di ruberie politiche antinazionali e di scelte scellerate: come alcune grandi opere pubbliche appaltate a società straniere che per vent’anni hanno diritto ai frutti di quei mattoni e di quei cementi su suolo ellenico.

Ma in Grecia la politica è cosa strettamente di famiglia. Prima la dinastia dei Papandreou, Andreas premier negli anni ’80, che regalava, in un nome di un socialismo da scialacquatore, contributi statali a chi decideva di abbattere la propria casa neoclassica per erigere moderni condomini in cemento, come l’Atene di oggi è drammaticamente piena, anche fino a pochissimi metri sotto la sacra Acropoli. E Giorgios, pluriministro e premier fino allo scorso novembre, prima di passare la mano al tecnocrate Papademos. Poi ci sono i Karamanlis, prima Costantino due volte primo ministro nel ’55 e nel ‘74, fino al nipote Kostas, a capo del governo di Nea Dimokratia nel recente periodo olimpico, con gli sfarzi di mega impianti costati una fortuna e oggi inutilizzati e andati in malora (si dice un protetto di frau Angela).

Una condotta che ha causato lo scenario finanziario noto a tutti, con il numero dei senzatetto raddoppiato ad Atene, con i farmacisti che hanno maturato crediti milionari con lo stato, con le piccole e medie imprese che cadono come foglie (tranne quelle politicamente protette), con il maxi ricorso all’importazione “cronica” vista la pochezza di prodotti greci su cui nessun esecutivo ha investito realmente. Ma alle urne a giocare un ruolo non secondario sarà non solo la crisi economica in sé, quanto le ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini.

In questa direzione va letto l’exploit di un mese fa dei nazionalisti di Chrisì Avghì, cioè Alba dorata, che sulla risoluzione “rapida ed efficace” dei problemi di ordine pubblico, hanno investito molto, raccogliendo 500mila voti che gli hanno consentito di far ingresso in Parlamento con il 7% dopo 40 anni di embargo. Il partito guidato dall’effervescente Mikalioliakos propone un ordine de medici interno che curi solo malati greci, la chiusura delle frontiere settentrionali che hanno portato il numero degli extracomunitari nel paese a toccare il dato ufficioso di tre milioni (su una popolazione complessiva di 11), l’equiparazione dello stipendio dei deputati a quello degli impiegati pubblici visti i tempi di vacche magre, la confisca dei proventi di frodi all’erario e di tangenti per “consegnarli” alle casse dello stato, la salvaguardia dei posti di lavoro ai greci.

Ma è sulla sicurezza che Alba dorata ha fondato il proprio consenso elettorale: attivando anche delle ronde contro gli immigrati per ovviare all’impennata del numero dei reati in molti quartieri di Atene e Patrasso a cui le normali forze di polizia non hanno saputo far fronte. E incrociando proprio con queste ultime le lame, si vedano i disordini da guerriglia urbana di Patrasso solo qualche settimana fa.

Infine gli outsider: la sinistra democratica di Fotis Kouvellis, gli Indipendenti di Panos Kammenos, i comunisti Kke (anti euro, anti Nato, insomma anti tutto) di Aleka Papariga, gli altri nazionalisti di Giorgios Karazaferris (persino gli estremisti qui si sono balcanizzati), i Verdi e una microformazione dal nome coraggioso “Io non pago”. Tutti a fare da contorno all’atto finale di una tragedia, non solo greca. A cui va aggiunto il partito degli astenuti, salito al record del 40%: altro che euro o dracma, loro sì che hanno già deciso da che parte stare. Lontani da questa n-eurocrisi, lontani da tutto.

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