Gran Bretagna fuori dall’Ue? No, meglio restare dentro. A dirlo è uno studio del think-tank londinese e marcatamente euroscettico Open Europe, che in cinquanta pagine di rapporto spiega perché il Regno Unito abbia tutto l’interesse a rimanere nella tanto bistrattata Unione europea. Un duro colpo per quanti, compresi alcuni deputati tories conservatori, stanno spingendo affinché i sudditi della Regina votino in un referendum se vogliono ancora avere a che fare con Bruxelles.

Le ragione di Open Europe? Tutte economiche. “Abbandonare l’Ue adesso solleverebbe più dubbi che certezze”, si legge nel rapporto “Trading places: Is EU membership still the best option for Uk trade?”. “La Gran Bretagna ha bisogno di nuovi accordi con Bruxelles non di certo di abbandonare l’Unione”. Perché? “Da un punto di vista puramente commerciale, essere membro dell’Ue è l’opzione che più conviene alla Gran Bretagna”. Infatti, “tutte le altre alternative provocherebbero grossi inconvenienti e i negoziati con gli altri Paesi membri diventerebbero di colpo politicamente imprevedibili e economicamente rischiosi”. Bocciati tutti e tre i modelli alternativi di rapporto con l’Ue. Il mito del “modello norvegese”, da molti invocato come la best solution per la Gran Bretagna, viene cassato senza mezzi termini dagli esperti del think tank. Anche se consentirebbe a Londra di non sottostare più alle regole della politica agricola comune (Pac), della pesca comune e ridurrebbe il contributo economico nazionale che ogni anno viene pagato a Bruxelles, l’accesso a beni e prodotti all’interno del mercato unico europeo diventerebbe di colpo regolato da una complessa burocrazia che il liberismo inglese aborre. E poi Londra perderebbe ogni voce in capitolo ai summit europei per quanto riguarda la regolamentazione dei servizi finanziari e bancari sui quali l’Ue sta lavorando giorno e notte. Non convenienti nemmeno gli altri due modelli esistenti di relazione con l’Ue: quello svizzero (la Gran Bretagna dovrebbe negoziare un nuovo accordo di accesso al mercato unico con l’Ue) e quello turco (niente potere nei negoziati commerciali esterni).

E per quanto riguarda il full break (rottura totale, ndr)? Neanche a parlarne, visto che, secondo i calcoli degli esperti, ne risentirebbe l’intero comparto produttivo e l’accesso ai servizi diventerebbe più ostico. Un’analisi che non piacerà a quanti, politici compresi, stanno spingendo affinché i cittadini del Regno Unito si rechino alle urne per dire Yes o No all’Unione europea stessa. Una battaglia che, se un tempo poteva avere un senso, oggi sembra pure follia. D’altronde David Cameron lo ha sempre detto: “Non vogliamo l’Euro” ma “restare nel mercato interno è nostro interesse”. Una presa di posizione che gli è costata non poche critiche in madrepatria dove, complice la crisi dell’euro e i miliardi di aiuto ai “feckless Mediterraneans” (irresponsabili mediterranei, ndr), come li chiamano loro, il clima anti europeista non è mai stato così in auge.

Ma “la soluzione non è così semplice”, ammette il direttore Open Europe, Mats Persson, uno che di certo non gongolava ai tempi del “In the heart of Europe” di Tony Blair. “E’ nell’interesse della Gran Bretagna restare nell’Ue e rinegoziare un nuovo modello di membership fondata su un continuo impegno per il mercato interno ma un sostanziale minore intrusione dell’Ue in altri settori”. Inutile dire che il riferimento è al settore finanziario, dove il Regno Unito gioca in difesa da sempre. Dopo aver contribuito ad affossare la Tobin Tax, nonostante Londra non sia l’unica contraria in Europa, adesso c’è l’unione bancaria sulla quale la Commissione europea sta lavorando alacremente. A Bruxelles, ma anche a Parigi, Berlino e Roma, sono tutti d’accordo nel dire che un’unione bancaria e (forse) fiscale non possa prescindere da una maggior integrazione politica. Un concetto piuttosto difficile da digerire al di là della Manica.