Angela Merkel“Soldati pagati con la stessa moneta non si sparano tra di loro”: con questo titolo la Frankfurter Allgemeine Zeitung salutava l’avvio della moneta unica, il 31 dicembre 2001. Il Die Zeit in edicola oggi è diverso: “Il mondo intero vuole i nostri soldi”. Non sono passati neanche dodici anni, ma questi due titoli misurano la distanza tra il sogno dell’integrazione europea e l’incubo che oggi incombe sul continente: quello di una disgregazione, in cui egoismi nazionali e misconoscimento delle ragioni altrui offuscano una chiara visione degli interessi condivisi.
Il secondo titolo, però, ci dice qualcosa di più preoccupante.
E cioè che il Paese d’Europa sta cadendo preda di una malattia che già in passato ha deciso – e non per il meglio – le sorti del continente: il vittimismo autocompiaciuto. “Siamo tanto bravi e tutti se ne approfittano”. Purtroppo, contro i deliri di persecuzione gli argomenti contano poco, ma vista la posta in gioco vale la pena di provare lo stesso.
E quindi ci permettiamo di consigliare al professor Monti i seguenti argomenti da sottoporre ai suoi cortesi ospiti: la Germania è il paese che più di ogni altro ha guadagnato dall’euro, come dimostra il surplus della sua bilancia commerciale nei confronti degli altri paesi dell’Eurozona. La Germania è anche il Paese che più di ogni altro ha determinato le politiche europee anticrisi, a partire dall’emergere dei problemi di solvibilità della Grecia, nel novembre 2009. Queste politiche sono state caratterizzate prima da indecisione, poi da una ferma determinazione su due punti: il rifiuto di un intervento incondizionato della Bce a difesa dei titoli di Stato greci e l’imposizione alla Grecia di misure di austerity insostenibili, che hanno distrutto il mercato interno e fatto crollare il prodotto interno lordo di oltre il 18 per cento in tre soli anni.

Il risultato? Oltre alle sofferenze inflitte alla Grecia, perdite sistemiche enormemente superiori a quelle di un vero salvataggio della Grecia (oltre 800 miliardi di euro contro le poche decine che sarebbero bastate per raddrizzare la situazione nel 2009). Inoltre si è data ai mercati finanziari la certezza che l’appartenenza all’euro non comporta l’impossibilità di un default sovrano, con il conseguente innalzamento del premio al rischio per i titoli di Stato di numerosi altri Paesi europei. In tutti questi casi la terapia imposta in primo luogo dalla Germania, ossia austerity più o meno selvaggia, è stata la stessa sperimentata dalla Grecia. E in tutti i paesi i risultati sono stati gli stessi: una dura recessione. Questo comporta una sempre maggiore divergenza tra le economie di questi Paesi e quelle degli altri membri dell’eurozona, mentre si accentua la rinazionalizzazione dei capitali, e in particolare il rifiuto da parte dei Paesi forti di acquistare titoli di Stato dei Paesi in crisi.

È una storia che, se continua così, può finire in un solo modo: con la fine dell’euro. Il Paese che più degli altri patirebbe di questa disintegrazione è la Germania: secondo Carmel Asset Management, tra perdite della Bundesbank, delle banche private e crollo dell’export (che per il 57 per cento è diretto verso l’eurozona), il costo della fine dell’euro sarebbe per la Germania di 1.310 miliardi di euro. Enormemente superiore a quanto occorrerebbe per salvare l’euro. Per evitare tutto questo occorre invertire le politiche seguite sin qui, con un intervento della Bce a difesa dei titoli di Stato dei Paesi dell’eurozona, per esempio fissando un tasso massimo per il loro rendimento, valicato il quale la Bce interverrebbe senza limitazioni; questo intervento sarebbe finalizzato alla salvaguardia del’area valutaria, e quindi possibile anche in base ai trattati attuali. Le manovre di bilancio non dovrebbero essere irragionevoli (quindi il fiscal compact dovrebbe essere cestinato senza rimpianti) e dovrebbero mirare al riequilibrio delle bilance commerciali all’interno dell’eurozona.

Da questo punto di vista sarebbe necessaria anche una reflazione salariale in Germania, per cui ci sono ampi margini. 

L’alternativa a tutto questo è la fine dell’area valutaria. Ma un Paese può uscire da un’area valutaria in diversi modi: dopo una lenta agonia economica che può durare anni, attendendo che i capitali stranieri siano tutti rimpatriati e al sicuro. Oppure per una decisione politica che consegua alla constatata impossibilità di proseguire su una strada fallimentare, e che accompagni all’uscita dall’area valutaria anche l’imposizione di severi controlli sui movimenti dei capitali, sia per evitarne il deflusso, sia per evitare che dall’estero si acquistino a sconto imprese di valore. E a questo punto, abbassando un poco la voce, Monti dovrebbe dire ai suoi interlocutori che in caso di necessità l’Italia sceglierebbe con decisione questa seconda strada.

Il Fatto Quotidiano, 14 Giugno 2012

(Foto: LaPresse)