Dopo cinque mesi se ne può parlare, o meglio, dopo cinque mesi se ne può scrivere, più precisamente, forse, se ne può scrivere su questo blog.
Di morte. Di morte di cancro.
Esattamente cinque mesi fa mia sorella è morta di cancro. Aveva compiuto cinquantaquattro anni due giorni prima, ma senza accorgersene.
Ci è arrivata, a quel giorno, dopo circa nove mesi di malattia: come una gestazione, non ci avevo mai pensato.
Un parto all’incontrario.
Ci è arrivata senza eroismi e senza pavidità. Come ho letto da qualche parte a proposito del parto naturale, in casa, quando doveva nascere Volpasso, il masnà più piccolo: “né vittorie, né sconfitte: è solo un altro bimbo che nasce”.
Né vittorie, né sconfitte: è solo una donna che muore.
Da allora non mi sono più affacciato a questo blog. Forse per semplice pigrizia, forse perché da quel punto mi era un po’ più difficile rispondere a domande come perché scrivi, cosa scrivi, che intenzioni hai, a cosa serve, cosa cerchi, su questo blog. Mi mancava, mi manca un interlocutore.
In questi mesi ho scritto e letto altro, soprattutto poesie, col privilegio del dilettante, e questa è già una risposta, una prima risposta. Ma non vanno bene per un blog sul Fatto, giusto? Giusto.
Ma è da qui, comunque, che voglio riprendere il discorso: da cinque mesi fa e dalla poesia.
Ho in mente tre cose, tre spunti che avevo in testa da un po’ e che stamattina si sono messi in fila: un titolo, una poesia e un’associazione.

Il titolo è quello di un libro e di un seminario a cui ho partecipato alcuni anni fa, piccola tappa verso il lavoro che faccio ora: “Il denaro come se la gente contasse qualcosa”. Al di là dei contenuti interessanti, del libro e del seminario, che meriterebbero un discorso a sé (l’argomento è la finanza etica e ciò che presuppone e implica), è proprio il titolo che mi interessa e, a ricordarlo ora, mi colpisce; il modo in cui è costruito e la possibilità di usarne il metodo per un sacco di argomenti

La politica, come se la gente contasse qualcosa.

Lo sport, come se la gente contasse qualcosa.

La religione, come se la gente contasse qualcosa.

L’informazione, come se la gente contasse qualcosa.

La scienza, come se la gente contasse qualcosa.

La scuola, come se la gente contasse qualcosa.

E’ un esercizio che si può fare quasi con tutto e guardare l’effetto che fa, dentro.
Il terremoto, come se la gente contasse qualcosa, per esempio. E qui viene il secondo spunto che metto in fila, la poesia: 

La sera che fece il terremoto io stavo bene.
mi piaceva tutta quella gente per strada
tutti che si guardavano come se ognuno
fosse una cosa preziosa.
quando molti si sono messi a dormire
nelle macchine
mi sono fatto un giro.
li ho benedetti uno per uno.

E’ una poesia di Franco Arminio, dalla raccolta “Stato in luogo”, e Arminio, che un terremoto, quello dell’Irpinia, lo ha vissuto in prima persona, può permettersi di dire una cosa come la sera del terremoto io stavo bene e spiegarlo, come fa, in poche righe e noi che lì in mezzo non ci siamo, in Irpinia, in Abruzzo, in Emilia, ma siamo molto vicini, come di fianco, come gli amici e i parenti di uno a cui è capitata una disgrazia, possiamo e dobbiamo guardare, e imparare il suggerimento, come se la gente contasse qualcosa, come se fosse preziosa, come se fossimo preziosi. 

La sofferenza, come se la gente contasse qualcosa.

La malattia, come se la gente contasse qualcosa.

E vengo all’ultima delle tre cose che ho messo in fila in questo post sgangherato. Un’associazione.
Ne nomino una, ma ce ne sono tante altre che fanno un lavoro simile. Si chiama FARO e è un associazione che segue i malati di terminali di cancro.

Il cancro, come se la gente contasse qualcosa.

E’ una roba bellissima, questa associazione, nel senso che ci sono dei dottori e degli infermieri che si dedicano alla persona che sta affrontando questo percorso, e questi dottori e questi infermieri non hai bisogno di spiegargli ogni volta che vengono chi sei, che cosa fai, che malattia hai, che farmaci prendi, eccetera, perché loro lo sanno già, ti conoscono. Non devi fare la coda a uno sportello, aspettare delle ore, fare i prelievi, aspettare altre ore in coda, cercare il dottore, fare le lastre, aspettare gli esiti, sentirti dire che il dottore non c’è ma c’è il sostituto che sa comunque tutto perché gli hanno dato le consegne, e invece il sostituto si capisce che non sa niente, che vede il tuo caso per la prima volta in quel momento e poverino non è neanche colpa sua, non sto scherzando, come fa a sapere chi sei, ne vede cinquanta al giorno di malati di cancro, come se lavorasse alla catena di (s)montaggio dei malati di cancro.
Invece quando esci da quella catena torni a avere un nome, torni riconoscibile.

Curioso che perché questo avvenga debba esserci un documento ufficiale, che firmi tu o un tuo parente, in cui c’è scritto che accetti che non c’è più niente da fare, che non vuoi più fare niente se non aspettare. Le cure palliative, quelle con cui torni a essere una persona. Preziosa.

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