Che meraviglia! Ma chi lo ferma quello! E «quello» è lui, Bruce Springsteen. È in Italia per tre concerti, il 7 a Milano (ne ha parlato Lorella Zanardo in un suo brillante post); ieri sera a Firenze; e stasera a Trieste.

Wrecking Ball, il suo ultimo album, è una raccolta di canzoni straordinarie, di qualità pari ai suoi migliori classici. Ma che cosa c’è nella musica di questo sessantatreenne che ancora travolge, commuove, fa ballare e fa battere il cuore più forte? Intanto c’è che i suoi testi si capiscono; la scrittura è limpida; i riferimenti sono chiari; e i temi sono della massima attualità. Che è tutto il contrario di ciò che spesso fanno più giovani band, che suonano un rock di ottima qualità (che so? Arcade Fire, The Strokes, Fleet Foxes, The Black Keys), ma implodono spesso in testi di un ermetismo pretenzioso dal quale – di solito – non si ricava assolutamente niente.

Qua, invece, con Springsteen le cose si capiscono, eccome: la sofferenza della disoccupazione; il disastro della deindustrializzazione; la rapacità del mondo della finanza… Ed ecco che appare chiaro un elemento della sua forza comunicativa: Springsteen sa parlare di un tema – il lavoro, nei suoi aspetti belli (la socialità) e nei suoi aspetti tragici (la fatica, la disoccupazione) – come pochissimi altri rockers sanno fare. L’osservazione non è mia, è di Alessandro Portelli, uno dei più intelligenti conoscitori della storia culturale statunitense, che ha appena pubblicato un bel libro in cui si parla a lungo anche di Springsteen.

Il punto fondamentale – osserva Portelli – è la “classicità” del rock di Springsteen, che «ha fatto storcere il naso a più di un critico»: ma questa classicità non è pura ripetizione di schemi; è intenso dialogo con le radici più vigorose della popular music americana, dal rock ‘n’ roll al blues, dal folk al gospel. Perché il rock ha una storia, ed è una storia di felicissima ibridazione di generi: e «nessuno meglio di lui incarna questa idea, che il rock abbia una storia e un passato. Penso a “No Surrender”, dove la memoria del rock sentito da ragazzo (“abbiamo imparato più cose da tre minuti di disco che da tutta la scuola”) è la radice di una ribellione capace di durare anche oltre i fatidici trent’anni»; molto oltre i fatidici trent’anni … In tutto ciò ci sarà istinto creativo; e genialità, certo; ma di sicuro c’è anche una robusta consapevolezza. Ce lo fa notare lo stesso Springsteen, in un’intervista a «Rolling Stone», quando, parlando di l’impianto di Shackled and Drawn, una delle più intense canzoni di Wrecking Ball, dice: «volevo sembrasse una di quelle canzoni che gli schiavi cantavano durante il lavoro nei campi di cotone».

E poi c’è la struttura epica della sua musica, che Portelli, commentando un concerto che Springsteen ha tenuto tre anni fa a Roma, descrive così: «Ogni volta, Bruce Springsteen costruisce una tensione sempre più insostenibile attraverso l’uso ossessivo del riff e della ripetizione, un po’ come nel Bolero di Ravel (o nel crescendo di “Twist and Shout”) – e poi, lo scioglie in un’apertura melodica, poetica, ritmica che dà sollievo e, per dirla con Bob Dylan, riporta tutto a casa. Dice mio figlio, fa sempre la stessa cosa – se lo facesse un altro direi “che palle”, ma lui se lo può permettere. E io: dicono che le canzoni di Bruce Springsteen si somigliano tutte; be’, pure i capitelli del Partenone sono tutti uguali (e tutte le terzine della Divina Commedia fanno rima). Non ci sono sorprese nella classicità. Non ci sono sorprese nell’utopia; io preferisco non avere sorprese a casa mia, e questo concerto, questa musica, è la mia casa e una casa comune: un concerto rock non è un concerto dove si ascoltano le canzoni, ma dove le canzoni si riconoscono e ci fanno riconoscere in sé».

Ben detto! E quindi, via ad ascoltare Springsteen (e poi, magari, se c’è tempo, via a leggere Portelli)!