Come per ogni ideologia o scuola di pensiero che termini in ismo, anche l’ambientalismo ha i suoi estremi. Si va dal vegano che ritiene che mangiare l’uovo della gallina sia equiparabile a un crimine di guerra, al cacciatore che si trova più a suo agio in mezzo a un bosco che non in una piazza. Il primo non accetterà mai di condividere alcuni principi con il secondo. Il secondo se ne frega.

Senza essere seguaci di Diana né condottieri vegani, ci sono infine i “grigi”, ovvero tutti quei cittadini che non sanno neanche dove sia, il bosco, ma conservano una certa curiosità per tutte quelle tematiche tanto forti da entrare nelle loro case; sono quelle persone che fanno la differenziata sperando di risparmiare qualcosa sulla bolletta, e montano il fotovoltaico sul tetto credendo nell’opportunità dell’investimento. Sono – in sostanza – le stesse persone che decidono a ogni tornata elettorale chi vince e chi perde. A loro non cambia granché se qualche uccellino che vive chissà dove stia scomparendo o meno, perché nel loro cortile vedono ancora tanti passerotti, e l’importante al massimo è che ci sia biodiversità nei Mc Menu. Sono i conformisti di Gaber, e sono la più grande potenza italiana.

Detto questo, non so quanto sia vero che “tutto il mondo è paese”, né sono in grado di stimare quanto incidano a livello statistico le casistiche personali. Eppure mi sono accorto, in diverse occasioni di confronto pubblico, che sono sempre più numerose le persone che iniziano un intervento con la premessa: “Io non sono un ambientalista, ma”… e poi scatta l’osservazione ambientalista. Emerge in questi casi che anche i “non ambientalisti” iniziano a storcere il naso di fronte a tematiche che fino a qualche anno fa erano di secondaria importanza: deturpazione paesaggistica, consumo e frammentazione del territorio, limitazione dell’usa e getta, eccetera; insomma verso cambiamenti che apparentemente non hanno ricadute dirette sulla vita intima di un individuo o nel bilancio famigliare. Esasperazione? Presa di coscienza? Sicuramente la massa critica di costoro è molto più sostanziosa di quanto non lo sia quella degli ambientalisti estremisti. Chi governa ancora non ne vuole sapere: destra o sinistra, cemento must go on. Come a dire “il bello deve ancora venire”, mentre i cittadini dicono “il bello sarebbe ora che tornasse”.

“Il comparto dell’edilizia è in ginocchio, bisogna salvaguardare l’occupazione”. Nessuno mi ha mai saputo spiegare cosa cambi a fine mese, per un operaio, tra rifare l’asfalto in una strada disconnessa (direi che non mancano) e costruire una strada nuova. E’ chiaro a chiunque che il nostro paese non ha bisogno di grandi opere, ma di grandi ristrutturazioni. E invece no, se crolla L’Aquila noi non la ricostruiamo, la rifacciamo un po’ più in là, neanche fossimo una parodia della simpsoniana Springfield.

Eppure è fisiologico che un comparto si restringa o scompaia, a vantaggio di altri: perché tanto allarme? Sono spariti gli scarriolanti e i birocciai, sparirà anche la dolce Martina. Ma non dalle teste di una casta politico-imprenditoriale (lontana anni luce dall’economia reale) che vuole mandarci in fretta a Lione prima di mandarci tutti i giorni puntuali al lavoro; o che, come è successo, gioisce di fronte a un terremoto. Forse è di questo che anche i non ambientalisti si sono rotti i coglioni.