In effetti non è facile per me dire di che cosa mi occupo: la comunicazione interpersonale. In tanti mi rispondono: e che mai c’è da studiare? Non parli con gli altri, e fin da bambino? “Comunicazione” è poi uno di quelle parole “di gomma”: vuol dire perfino pubblicità.

Non siamo abituati ad osservare con consapevolezza il nostro quotidiano parlare insieme, e che le intenzioni di chi parla e il risultato delle sue parole sono abbastanza spesso due cose molto diverse. Il significato di quel che io dico (e scrivo) si crea infatti nella mente di chi mi ascolta (o legge): mi puoi non credere o mettere in dubbio la mia buona fede, puoi insinuare significati per me impensabili e attaccarmi, e se ne senti il bisogno lo farai.  

Ognuno assegna significati che hanno a che fare con la sua esperienza e punta la sua attenzione verso temi che hanno a che fare con la sua vita: ad esempio chi è allergico agli errori di stampa e agli accenti che vanno in contromano, chi è arrabbiato o amareggiato ne darà di diversi da quelli che potevo prevedere.

Noi umani sentiamo il bisogno di vedere un senso nelle cose, e tutta la nostra vita è fatta di percezioni + le nostre aggiunte interpretative: i significati che diamo alle cose: ma ognuno vive nella sua realtà, quella che ha le caratteristiche e i concetti che gli mette a disposizione la sua mente.

Se nel leggere le mie riflessioni la tua aggiunta interpretativa è del tipo “che scemenze da vera capra stupida!”, il tuo significato va ad arricchire la mole dei tanti significati che girano per l’universo.

Noto già che questa del blog sarà una grande palestra di esperienza: pare che il blog attiri commenti vivaci e per me davvero imprevedibili: grazie a tutti per la vostra autenticità!
Dicevo: di solito non badiamo affatto a come comunichiamo, gli uni con gli altri, e alle atmosfere che creiamo nel farlo, ma “andiamo in automatico”.

Posso avere le migliori intenzioni del mondo e voler aiutare a crearci meno disagio possibile, con le nostre parole, ma un blog è un prodotto collettivo, fatto da tutti i post e se la mia buona intenzione non “arriva”, l’atmosfera che si crea è diversa da quella benevolente e poetica che mi piacerebbe tanto.

Ma anche questo aiuta: ecco dimostrato che la comunicazione crea atmosfere piene di emozioni, basta leggere i primi post per rendersene conto. Quando “andiamo in automatico” viviamo le medesime emozioni che avevano i nostri avi dell’età della pietra – la differenza: allora i danni che potevamo causare, come esseri umani, erano abbastanza limitati.
La situazione oggi è ben diversa, e spero che gli addetti dei posti di comando delle tante testate nucleari pronte all’uso nel mondo siano persone equilibrate, pacifiche e poco irritabili.    
Per fortuna siamo in grado di allenarci a gestire le nostre emozioni, osservando che parole usiamo nel nostro dialogo interiore e quel che crediamo assolutamente e implicitamente “vero” dietro ai nostri pensieri: che sia il salto evolutivo della consapevolezza, che affiniamo dall’epoca dei primi filosofi, di Confucio, Buddha, dei profeti, e poi di Gesù e Maometto, che si sono posti il problema di come possiamo vivere facendo meno danno gli uni agli altri?

Da duemilacinquecento anni: pochissimi, da un punto di vista antropologico. Per cui siamo principianti, con tutto l’entusiasmo del principiante.