Lo chiamano il campo Alemanno, a Rovereto di Novi, Modena, una manciata di tende, cinque del modello P88 in dotazione al ministero dell’Interno, tutte le altre verdi, da scout in gita allegra. Peccato che ci vivano dentro persone che hanno perso la casa e che, in questa tendopoli, sono state per quattro giorni senza servizi igienici, né acqua, né luce. È il contributo del sindaco di Roma, arrivato il giorno dopo la scossa più violenta, partito a capo di una colonna della Protezione civile con anfibi, caschetto da minatore, moschettoni. Un uomo in guerra, affascinato dalle emergenze: arrivò tra i primi in Abruzzo, primo in assoluto in Emilia assieme a Pier Ferdinando Casini. Non che abbiano riscosso applausi, ma nemmeno fischi. Indifferenza assoluta.

Il meglio lo ha sicuramente dato Alemanno: accompagnato nell’epicentro del terremoto ha scelto dove secondo lui era necessario il campo che avrebbe chiamato Roma Capitale. Come a L’Aquila. Solo che la sua passerella è stata probabilmente sbrigativa e nel cercare di dimostrare, nella terra delle amministrazioni rosse, come si fa il sindaco con piglio, autorevolezza e capacità decisionali, ha individuato il campo nel posto più sbagliato che ci fosse. “È fatto male ed è realizzato in un luogo inadatto: due gocce d’acqua e si allaga tutto”, spiega la Protezione civile.

Diciamo che il contributo, nonostante tutte le buone intenzioni del primo cittadino capitolino, ha creato più problemi che benefici: lo dicono quelli che il campo oggi si trovano a gestirlo. “Non eravamo qui, eravamo in un altro paese. Poi chi comanda ha detto di andare a Rovereto di Novi, avremmo trovato un campo già montato e funzionante. Se per montato si intende che c’erano le tende è vero. Funzionante no, perché non c’era altro. Solo le tende. Piccole, inadeguate. Lì dentro abbiamo persone che sarebbero ospedalizzate, con seri problemi di salute, ma non sappiamo quanto possano resistere al caldo. Sono da campeggio, non per terremotati. E in più sono piantate in terra, non c’è un pavimento”. Come se non bastasse, il campo Alemanno è allestito al bordo di una strada che continua a essere trafficata. Di ombra neanche a parlarne. Lunedì, il giorno che ha piovuto, era un campo da motocross, un pantano, il terremoto dentro al terremoto. “Oggi sono riuscita a farmi una doccia”, racconta una donna. “Oggi, ed è trascorsa una settimana. Siamo stati con un bagno per 131 persone, compresi anziani e bambini, provate a trarre le conclusioni”. Se la prendono con Alemanno, ma anche con il loro sindaco, che pare non si sia fatto vedere. Passano tutti da qui, sciacalli – perché non ci sono recinzioni – gente che preferisce non essere registrata da nessuna parte perché probabilmente ha problemi con la giustizia. Passano tutti meno che le autorità. Anche i giornalisti non frequentano Rovereto, perché è ai margini dell’epicentro del terremoto, nonostante qui sia morto il parroco.

“Non mi metta in difficoltà, non mi faccia parlare, perché qui, purtroppo, ci devo vivere. Le faccio vedere come”, racconta Pasqualina D’Andrea, originaria del Casertano, un terremoto, quello dell’Irpinia, un marito rimasto senza lavoro, due figli di 27 e 32 anni, arrivata dal sud con la famiglia spinta dal lavoro. Oggi non ha più niente. “Quella era casa mia”, e indica macerie. “C’era ancora il mutuo da pagare. Venga dentro, questa è casa nostra, brandine, coperte, un ventilatore portato da qualcuno mosso a compassione. È tutto quello che abbiamo”. Prima di farci entrare cerca di dare una normalità a una vita che di normale non ha più niente, prende una scopa, spazza, sistema due coperte.

Ci fa sedere e racconta la sua storia al campo Alemanno. “Io non l’ho visto, dicono che sia passato sopra in elicottero, ieri avevo l’acqua ai piedi e nelle ossa, se torna da queste parti e ci fa una visita siamo contenti”. Tutti aprono le loro tende. Dentro non si respira: “Continuano a riempirci di coperte, ma qui manca tutto meno che il caldo”. Fa impressione il capannone centrale di Roma Capitale, una tenda che potrebbe contenere 500 persone, adibita a mensa. Qui dentro i bambini ritrovano la loro vita. Giocano a nascondino, menano le mani, festeggiano compleanni, come ieri. Fanno le cose da bambini. Chiediamo che cosa sia, visto che non ci sono letti. “Questa è la mensa”. E la sponsorizzazione Barilla? “Quello che ne sappiamo”. Colpisce perché la tenda è marchiata con il logo di uno dei pastifici più famosi del mondo. Sono loro che si sono presi carico, per dieci giorni, di fornire al campo il cibo. In cambio hanno chiesto lo sponsor, come se fosse uno stadio. Ma è un particolare al quale coloro che hanno perso la casa e il lavoro non fanno neanche caso.

Siamo noi, cattivi e piantagrane, a cercare il pelo nell’uovo. È vero, ma le tende dei terremotati con la sponsorizzazione non le avevamo ancora viste. Barilla e Roma Capitale, sono le scritte adesive che più colpiscono. Ma sono particolari. Qui, a casa Alemanno, ci sono persone che non possono rimanere a lungo. Colpa del caldo e delle condizioni igieniche che metterebbero a dura prova chiunque. “Abbiamo portato il ghiaino per evitare che si formino pozzanghere e allacciato i bagni”, spiegano i volontari della Protezione civile . “Noi facciamo quello che possiamo per dare le sembianze di un campo a questo posto dimenticato dai sindaci e da Dio. Oltre non riusciamo”.