Il 31 Maggio il Senato ha approvato il disegno di legge contenente la riforma Fornero del mercato del lavoro. Il punto più discusso da parti sociali, partiti e governo è stato sicuramente la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tuttavia, nonostante gli infiniti dibattiti, rimane molta confusione dal momento che, come da prassi nel nostro paese, la discussione si è spesso incentrata su slogan di principio tralasciando un’analisi oggettiva dei dati. Proviamo a fare un po’ di chiarezza su questo punto della riforma prima che la palla passi alla Camera.

In Italia un lavoratore può essere licenziato solo per giusta causa o giustificato motivo: ossia per gravi ragioni legate o al suo comportamento (licenziamenti disciplinari) oppure al funzionamento dell’azienda (licenziamenti economici). Se il giudice stabilisce che il licenziamento è illegittimo, un lavoratore—qualsiasi lavoratore—ha diritto a un indennizzo. L’art.18 introduce l’obbligo per l’azienda di reintegrare il lavoratore oltre a pagare un indennità. L’obbligo di reintegro sancito dall’art. 18 si applica solamente a uno specifico gruppo di lavoratori: quelli con contratto a tempo indeterminato che lavorano in aziende con più di 15 dipendenti.

La riforma Fornero prevede delle modifiche all’art. 18 basate su due concetti chiave: flessibilità del mercato del lavoro ed efficienza dei processi sui licenziamenti.

Per aumentare la flessibilità, la riforma riduce marginalmente i costi di licenziamento eliminando quasi del tutto il reintegro per i licenziamenti per motivi economici (che rimane solo per i casi limite di “manifesta insussistenza”) e lasciando al giudice, nel caso di licenziamento disciplinare, il compito di decidere se reintegrare il lavoratore oppure dargli un indennizzo sostitutivo (mentre prima era il lavoratore a decidere tra reintegro e indennità).

L’idea di fondo del governo è che diminuendo il costo di licenziamento le imprese possano essere più flessibili e siano portate ad assumere di più. Tuttavia, l’evidenza empirica di vari studi economici è lungi dal corroborare inequivocabilmente questo punto. Inoltre, diminuire i costi di licenziamento in un periodo di recessione come quello attuale può avere degli alti costi sociali.

Sul piano dell’efficienza processuale, invece, la riforma prova a diminuire il numero di processi introducendo una procedura di conciliazione tra lavoratore e impresa da avviarsi entro 7 giorni. Si ricorre al giudice solo se la conciliazione non va a buon fine. Inoltre, per velocizzare la risoluzione delle controversie, sono state introdotte riforme processuali e una corsia “preferenziale” presso i tribunali del lavoro.

Con la normativa attuale i lavoratori si rivolgono al giudice nella quasi totalità dei casi; questo perché, in assenza di ammortizzatori sociali adeguati, la disparità di trattamento tra licenziamento illegittimo e legittimo era molto alta. Se a questo alto numero di cause si aggiunge la lentezza della giustizia in Italia, ecco servito un cocktail indigesto di processi lunghi ed esiti incerti che si traduce in maggiori costi per tutti: lavoratori e imprese.

Ma non è detto che la riforma, così pensata, migliori la situazione. Mentre è vero che la procedura di conciliazione può ridurre il numero di cause, è anche vero che viene aumentata la discrezionalità del giudice, il quale sara’ chiamato a decidere su un numero ancora maggiore di questioni: tra reintegro o indennizzo per i licenziamenti disciplinari; sulla presenza di “manifesta insussistenza” nei licenziamenti economici; e addirittura se il licenziamento è di carattere economico o disciplinare—un aspetto, questo, particolarmente spinoso vista la differenza di trattamento fra i due casi.

Insomma, il timore è che tutto si risolva in una riforma molto timida nel favorire le assunzioni, e in un boomerang per quanto riguarda l’efficienza, con processi più lunghi e ancor maggiore incertezza—ossia proprio il contrario di quello che si vuole ottenere. Come andrà a finire dipenderà molto dall’efficacia delle misure previste per diminuire il numero di casi che arrivano a processo e per snellire i processi stessi. Purtroppo, nel paese più litigioso e con il numero di avvocati più alto d’Europa, non è cosi difficile prevedere il finale della storia.

In questo breve video spieghiamo più in dettaglio cosa prevede l’articolo 18, quali sono i suoi effetti sul mercato del lavoro e, soprattutto, come tutto questo cambierà con la riforma. 

di Luigi Minale e Fadi Hassan

 


Dal sito Quattrogatti.info