Ne abbiamo discusso con tanti relatori davanti ad una platea di quasi 400 tra avvocati e psicologi ieri in tribunale a Milano. Un tema sociale di straordinaria importanza, verso il quale ha mostrato attenzione l’avvocatura più giovane (Aiga) composta da infra 45eni, pari alla metà dell’avvocatura italiana.

Tema vitale per la società italiana e per il suo futuro ove si pensi che quasi una coppia su due è destinata a separarsi e che parte di queste coppie ha almeno un figlio. Anche il Papa si è accorto dei separati e dei divorziati. Meglio tardi che mai, aggiungo. Il Papa inneggia alla famiglia quale architrave della società civile. Ma spesso essa si spezza e nel fragore schizzano schegge ovunque, disseminando feriti e morti. Ecco che la famiglia frantumata diviene infido, aspro, infinito terreno di battaglia.

Ancor prima di porre al centro la famiglia, occorrerebbe centrare il rispetto tra gli esseri umani e la piena realizzazione del fondamentale principio di uguaglianza. Diviene prioritario partire dall’educazione al rispetto dell’altro, alla parità tra i sessi, a non prevaricare, alla non violenza. Avremmo certamente una forte riduzione del contenzioso giudiziale e di quello familiare in primis.

In materia di diritto di famiglia l’impressione che si trae (confortata dalla prassi e da trend giurisprudenziali inquietanti ma che finalmente iniziano a scricchiolare) è che noi si viva in un Paese di notevole arretratezza culturale, dove se da un lato si predica la piena parità tra i sessi (oramai manca solo la Commissione Pari Opportunità istituita anche nella scala del condominio) dall’altro lato la si nega per meri interessi economici. Eh sì, perché anche nella famiglia, soprattutto se frantumata, la pecunia ha il suo peso.

Ecco allora che le corti applicano regole (mai scritte dal legislatore) a memoria, indifferenti alla fattispecie concreta: casa familiare alla moglie, soprattutto se madre; assegno di mantenimento elargito con generosità e con calcoli virtuali; affidamento condiviso che di paritario non ha nulla (prescrivendo l’87% del tempo dei figli con la madre e solo il 13% con i padri); posizioni parassitarie delle mogli e/o madri pressoché ignorate dai giudici, quelle dei mariti e/o padri caduti economicamente in disgrazia (meri babbomat, aspiranti homeless), però sanzionate pesantemente; madri che possono allegramente cambiare residenza sottraendo il figlio e interrompendo la continuità e dunque la bigenitorialità, sanzionate al più con un buffetto sulla guancia; abusi dei processi e querele diffamatorie a gogò senza alcuna effettiva tutela da parte del coniuge/convivente più debole).

La giurisprudenza descrive un mondo irreale, ossia quello in cui la donna diviene vestale, sacerdotessa vergine consacrata al culto della dea Vesta che ha il compito di mantenere perennemente acceso il fuoco, ruolo immaginifico assegnato dai giudici, pari a quello della donna debole (anzi fragilissima, indigente, incapace di badare a se stessa), tutta dedita ad accudire i cuccioli e che immola se stessa verso tale missione. Una figura verginale e sacrale, meritevole di iperprotezione.

Solo così si può spiegare la stolta prassi giurisprudenziale di stravolgere la legge sull’affidamento condiviso (n. 54/06), collocando a priori il figlio dalla madre, relegando in un assordante recinto (qualche weekend e taci) il padre desideroso di svolgere appieno il suo ruolo, ignorando il mantenimento diretto, dimenticandosi del potere di ammonimento e del risarcimento. Il legislatore, anch’egli miope e in mala fede, dimentica di introdurre la mediazione obbligatoria proprio in una materia dove è fondamentale che vi sia.

Occorre cambiare passo e subito. Altrimenti conteremo a breve le “lapidi” di migliaia di vittime (figli disturbati, genitori devastati, nonni alienati). Occorrono subito almeno 3 condizioni. La prima è che la materia sia trattata dai soggetti più preparati (a cominciare dagli avvocati, passando per i consulenti e gli assistenti sociali, sino ai magistrati) poiché ciascuna di tale figura può causare danni enormi ed irreparabili. Per fare ciò deve intervenire l’autogoverno della magistratura, dell’avvocatura e degli psicologi. La stessa prof. Maria Rita Parsi, ieri ha osservato che “il problema è la formazione dei formatori che deve diventare patrimonio di tutti”. Così come l’avv. Ida Grimaldi ha rimarcato la deontologia come baluardo insuperabile e a tutela dei soggetti deboli nel diritto di famiglia.

La seconda è l’introduzione della mediazione obbligatoria, quale percorso necessario ed irrinunciabile in un conflitto familiare, soprattutto se vi siano figli di mezzo.

La terza è la rimozione del vero oggetto del contendere: quello economico. Per fare ciò occorre realmente assicurare condizioni di parità, come avviene in quasi tutti i paesi civili, nordici soprattutto. Numeri e studi alla mano infatti il dott. Vittorio Vezzetti ha dimostrato che garantire un affidamento alternato e un mantenimento diretto, sgonfia di colpo qualsiasi contenzioso guidato da secondi fini.