Tempi duri per gli insegnanti delle prime classi dei professionali se la propria scuola ha deciso (magari con votazione quasi bulgara del collegio docenti) di aderire ai percorsi di formazione triennale previsti dalla recente riforma Gelmini e se si è affrettata ad accreditarsi presso la Regione come organismo formativo. Da ora in poi gli studenti che avranno davanti non saranno più tutti uguali: alcuni avranno scelto il ciclo intero e avranno un percorso formativo graduato sui cinque anni; altri punteranno invece alla qualifica triennale e avranno bisogno che la materia insegnata sia condensata in tre anni.

Fino ad oggi tutti gli studenti dei professionali sostenevano un esame di qualifica al terzo anno, superato il quale proseguivano per il biennio successivo o, volendo, si fermavano. Tutti, comunque, seguivano gli stessi programmi che erano calibrati sul triennio. Ora, invece, il percorso triennale viene sì mantenuto, ma come una sorta di ibrido all’interno di un ciclo formativo quinquennale.

Non voglio, con questo, perorare l’utilità del percorso triennale: per come la penso, anzi, con la disoccupazione giovanile al quaranta per cento, meglio sarebbe tenere a scuola i giovani fino a vent’anni. Tuttavia, se proprio si voleva mantenere questa finestra, tanto valeva conservare l’assetto precedente, sicuramente più logico e funzionale.

L’insegnante di storia, ad esempio, dovrà  nei primi tre anni con un gruppo (mettiamo 18 alunni) partire dalla preistoria e arrivare al 1500; con l’altro gruppo di alunni (diciamo 12) dovrà partire comunque dalla preistoria ma arrivare fino ai giorni nostri. Questo, ovviamente, tutti insieme  nella stessa classe, grazie a una didattica strabica che lo stesso Ministero suggerisce in una glossa alle pompose Linee Guida:  

L’adozione di strategie didattiche flessibili sostiene, altresì, con le modalità prima richiamate, l’attività collegiale di progettazione nel caso di percorsi triennali che comportano diversa periodizzazione della Storia. In tali percorsi l’articolazione quinquennale dell’mpianto diacronico di “Storia” può essere riconsiderata in base a una maggiore accentuazione della dimensione della contemporaneità quale campo di conoscenza privilegiato del rapporto presente- passato- presente, essenziale alla prospettiva di apprendimento permanente per i giovani.

Gli alunni che avranno scelto il corso triennale, presumibilmente i più culturalmente sprovveduti, dovranno dunque, col compagno di banco placidamente adagiato nell’articolazione quinquennale, affannarsi a cogliere ogni “accenno alla contemporaneità” che l’insegnante desidererà in quel momento impartirgli. E l’insegnante mentre starà spiegando, chessò, la nascita del Regno di Israele non potrà fare a meno, rivolgendosi al gruppo del triennio, di accennare rapidamente all’Olocausto e alla questione palestinese; quando parlerà della colonizzazione della Magna Grecia non potrà esimersi, sempre rivolgendosi primariamente all’attento gruppo dei triennalisti, dall’accennare all’Imperialismo, alla colonizzazione e decolonizzazione; e quando affronterà il passaggio dalla monarchia alla repubblica a Roma dovrà sicuramente ricordare, soprattutto a chi sappiamo, che anche l’Italia è passata da monarchia a repubblica, con tutto quel che ne è conseguito…

Così, quando si ricorderà Caligola e il suo gesto di far senatore il proprio cavallo come atto dispregiativo nei confronti del senato non si potrà fare a meno di suggerire, ai triennalisti, l’analogia con il recente episodio targato Scajola, laddove l’ex ministro ha scolpito in una frase tutto il proprio disprezzo per l’elettorato affermando che, se solo avesse voluto, avrebbe fatto eleggere come sindaco di Imperia “anche Paperina”.

Temo però che, qualunque sia la capacità del docente di muoversi con agilità e strabismo, il risultato, soprattutto in termini di apprendimento degli alunni, non sarà spettacolare. E viene quasi da pensare che lo scopo ultimo, non so se conscio o inconscio, della riforma che sta andando in applicazione (e che, pur targata Gelmini, sta procedendo con la firma Profumo) non sia quello di promuovere la formazione e l’informazione degli alunni ma la loro disinformazione.

Ma forse esagero ad attribuire a chi ha avuto e a chi ha in mano le sorti della scuola tanta sottile perversione; forse si tratta solo di grossolaneria, forse chi ci ha messo le mani aveva altri pensieri per la testa in quel momento, forse è solo un ultimo esempio di disattenzione nei confronti della scuola.