Il lavoro immateriale è sospeso fino a nuovo ordine. L’emergenza terremoto ha rimesso in discussione la corsa verso il più radicale cambiamento sociale innescato dalla nuova rivoluzione tecnologica. La “smaterializzazione” del lavoro è in atto da quando è entrato in crisi il modello di sviluppo industriale legato alla prima e alla seconda rivoluzione industriale. Quello che si avvaleva della chimica pesante, della metallurgia, dei combustibili fossili e dell’elettricità. La terza rivoluzione industriale si basa invece sui servizi, la progettualità, i microcomponenti, la comunicazione e le idee.

Il lavoratore odierno è sempre meno attrezzato di chiave inglese e martello e sempre più di computer. Quasi a sfatare la minaccia biblica del “lavorerai con fatica”, grazie alle innovazioni di una tecnologia raffinata. Tanto da far osservare a Bauman che il consumismo ha preso il posto del lavoro produttivo nella scala dei valori umani.

Poi accadono eventi straordinari, catastrofi imprevedibili, come il terremoto in Emilia, e tutto viene rimesso in discussione. Come se nell’ampia pianura tra Modena a Ferrara, dove la piccola e media industria e l’artigianato convivono con un’agricoltura funzionale, tutto si fermasse di colpo. Il tempo corresse a ritroso. Cancellasse la quieta sicurezza costruita negli anni da una comunità operosa e ospitale e la riportasse indietro di mezzo secolo, rispetto al mondo che la circonda.

Qui, come in casi analoghi, il lavoro torna ad essere fatica. Torna a far sentire la sua pesante materialità finalizzata alla ricostruzione. Servono mani e braccia robuste, serve la solidarietà umana per rimettere in piedi l’economia. Il lavoro materiale si prende la rivincita contro il consumismo.

Anche Jeremy Rifkin, l’economista americano che nel 1995 aveva messo tutti in subbuglio con un titolo minaccioso, La fine del lavoro, adesso parla di necessità di ripresa e di nuovi investimenti. Auspica il ricorso alle energie rinnovabili, alle auto elettriche e, nei bilanci nazionali, propone l’introduzione della “golden rule”, cioè della regola d’oro di non iscrivere nel deficit la quota di investimenti pubblici destinati allo sviluppo.

Potremo finalmente passare dall’immaterialità del lavoro all’immateria­lità del debito, il che confermerebbe il sospetto che dietro questa crisi an­nunciata non vi sia altro che un formidabile movimento speculativo.

Accadrà come nel caso di quel politico di Carrara che, nel rinvenire una grossa cifra di disavanzo nella colonna dei ricavi del bilancio comunale, se ne uscì con una battuta destinata a divenire tragicamente vera: “Se non ci sono soldi, allora spendiamo il deficit!”