L’abolizione del secondo comma dell’art. 18 della L.345 del 1975,  secondo il quale i colloqui in carcere si svolgono in locali dove il personale penitenziario effettua un controllo visivo ma non uditivo, offrirebbe ai cittadini detenuti la possibilità di vivere momenti di intima “affettività” con i propri partner.

Ma in un paese come il nostro dove il carcere è visto come uno strumento afflittivo, favorire momenti di affettività significherebbe dare un premio. Una persona che non ha mantenuto rapporti con i propri familiari cresce “incattivito” da quella mancanza, il suo reinserimento sociale diventa molto problematico.

Tutti sanno o almeno immaginano come si svolge il sesso nelle carceri, si sanno dei comportamenti devianti ed abusanti ma parlarne è un tabù. Non basta sapere che siamo uno dei pochi paesi europei che non permette, all’interno delle proprie carceri, momenti di affettività, per fare un passo avanti verso un carcere che educhi, formi, reinserisca. Dobbiamo fare uno sforzo culturale e comprendere che le ricadute sulla nostra società saranno positive se verrà attribuito il giusto significato alle “relazioni” tra i cittadini detenuti e i propri partner.

Solo se non lo consideriamo un premio potremo riabbracciare come nuovo membro della società colui che ha commesso un reato, per il quale ha pagato il suo debito.