I rapporti erano finalizzati ad ottenere scarcerazioni facili. Per questo la cosca di ‘Ndrangheta Pesce, aveva rapporti con Corrado Carnevale, giudice della Corte di Cassazione. Le rivelazioni arrivano dalla collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce nel corso della sua deposizione iniziata lunedì nell’aula del carcere di Rebibbia. Teste questa donna, arrestata perché portava all’esterno gli ordini del padre, nel  processo All Inside che vede alla sbarra i componenti della cosca e alcuni familiari. “Non ho mai conosciuto nessun clan Pesce – ha detto Carnevale – né alcuna persona che vi appartenga. Queste accuse non mi spaventano. Sono solo stupito che ancora si parli di me”. Il giudice, chiamato l’ammazzasentenze, era stato assolto nel 2002 dal processo che lo vedeva imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Restano su di lui i suoi pesanti giudizi su Giovanni Falcone. In alcune conversazioni intercettate nel 1994, dipingeva come ‘un cretino’ il giudice ammazzato due anni prima dalla mafia aggiungendo: “Perché i morti li rispetto, … ma certi morti no”.

Il nome del giudice però ritorna e lo fa Giuseppina Pesce, collaboratrice ritenuta credibile dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria perché ha consentito con le sue dichiarazioni di arrestare i suoi familiari e sgominare una cosca egemone a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, e a Milano. Non è la prima volta che si parla della longa manus della cosca fino a piazza Cavour a Roma , presunti contatti in Cassazione, in quel caso senza identificare l’interlocutore, erano emersi proprio dalle intercettazioni contenute agli atti dell’inchiesta dei carabinieri del Ros e coordinata dai pm Roberto Di Palma, Alessandra Cerreti e l’aggiunto Michele Prestipino. “I contatti con Carnevale – ha ricordato la collaboratrice – avvenivano tramite mio suocero, Gaetano Palaia, che era suo amico”. Rapporto intercorso fino al 2005: “Dopo Carnevale lasciò il suo incarico e mio suocero rifiutò qualsiasi altra richiesta di intervento sostenendo che non poteva fare niente perché non aveva i contatti di prima con la Cassazione e questo rendeva impossibile qualsiasi tentativo ulteriore di intercessione”.

Nelle carte del processo, anche se non vi era precisato il nome dell’interlocutore, erano emersi tentativi di condizionare la Corte. “ In realtà – rivela un inquirente – nelle inchieste sulla Piana di Gioia Tauro non è la prima volta che emergono inquietanti riferimenti a presunti rapporti con la Cassazione”. Nella lunga ordinanza che portò, a fine 2010, in carcere affiliati e fiancheggiatori della cosca c’era un paragrafo dedicato “alle iniziative dei Pesce per ottenersi favori in ambiti istituzionali”. “Le iniziative – scriveva il gip Francesco Petrone – prese dal clan Pesce per tentare di ottenere una sentenza favorevole dalla Corte Suprema di Cassazione, in processi che hanno riguardato Pesce Salvatore e Ferraro Giuseppe, nonché i richiami a precedenti del medesimo tenore dei quali avrebbero beneficiato altri membri del clan”.

Le intercettazioni sono diverse dalle quali traspare il tentativo di condizionare la Cassazione. Una in particolare tra Angela Ferraro, moglie di Salvatore Pesce, e il fratello detenuto Giuseppe. Parlano dell’avvocato che avrebbe detto no ad un nuovo intervento presso la Suprema Corte. Angela Ferraro spiega al fratello il 12 ottobre 2006: “Quando è venuto l’altra volta al Market, io gli ho detto: “Franco (Lo Iacono, l’avvocato), vedi che mio nipote dispone di 100.000,00 euro, però (…) E mi guardava, poi gli ho detto: “Franco, se ne vuoi di più… ne vuoi altri 20.000 per te? Di che ne vuoi 120.000, mio nipote ha detto che non c’è prezzo per una cosa di queste”. Dopo un po’ ha cambiato atteggiamento. L’ho chiamato un’altra volta e gli ho detto (incompr.): “Franco vediamo questa cazza di Cassazione (incompr.)”. Mi ha detto: “Non posso fare niente”; “Come non puoi fare niente, Franco? Scusa, hai bussato una volta, bussi la seconda volta. Scusa, ti abbiamo deluso la prima volta?” Gli ho detto: “Ti abbiamo deluso la prima volta?” Mi ha risposto: “No”; “e allora?” “Ma sai lo hanno cacciato. Là le cose sono cambiate…”(…). Intercettazioni rimaste senza riscontri e senza conseguenze per il penalista citato. Tra le carte c’è un altro riferimento alla Cassazione nel colloquio, maggio 2007, tra il detenuto Giuseppe Ferraro e il cugino Domenico, scettico sulla possibilità di condizionare l’esito della Cassazione. Giuseppe gli ricorda un precedente esito favorevole di cinque anni prima e Domenico Varrà afferma: “Sì, sì, ma quella volta sì; ma adesso non ci credo…” 

Non si parla solo di presunti contatti tra la cosca e giudici al processo. Giuseppina, che testimonierà anche nei prossimi giorni, ha parlato anche degli affari della cosca che trarebbe enormi guadagni dal controllo degli appalti per l’ammodernamento dell’A3 nel tratto che attraversa la Piana di Gioia Tauro, per quanto riguarda, i lavori di movimento terra. Un business sempre in mano alle ‘ndrine in Calabria, come in Lombardia. Alla voce entrate ci sono le estorsioni: “Non c’è un negozio o un’impresa di Rosarno che non paga il pizzo. A meno che non sia di proprietà di nostri parenti”. Nel racconto della pentita c’è anche l’imbroglio con cui vengono fatte arrivare le disposizioni dei capi detenuti all’esterno. Grazie a falsi certificati di parentela, che sono stati rilasciati dal 2006 e fino al 2011 dal Comune di Rosarno, che permettono a presunti familiari di andare a colloquio. Altro capitolo quello dei morti ammazzati i cui cadaveri vengono fatti sparire proprio nel cimitero di Rosarno minacciando i dipendenti. “I corpi di mio nonno Angelo e di mia zia Annunziata – ha detto la pentita -, uccisi entrambi per punizione perché avevano relazioni extraconiugali, in realtà non sono stati portati lontano da Rosarno. Si sono sempre trovati nel cimitero del paese in loculi senza nome dove venivano tumulati di notte”. Un ultimo riferimento la pentita l’ha fatto al giro di carte di credito clonate gestito dalla cosca. “Carte – ha detto – intestate a clienti statunitensi che le hanno utilizzate in alberghi e ristoranti della Lombardia. Ne ho avuto una anch’io e l’ho usata un paio di volte prima che il titolare la revocasse dopo avere notato spese che non aveva effettuato”.

L’udienza di ieri si è chiusa anche con una minaccia al pubblico ministero Alessandra Cerreti: “Lei ha commesso un abuso facendo arrestare mia moglie e mia figlia Marina. E adesso cosa vuole fare? Le vuole vedere morte? –  ha detto Salvatore Pesce, padre di Giuseppina -. Quello della moglie e della figlia è stato un arresto illecito. Lei è andata fino a Milano per minacciarle. Per quanto mi riguarda, sono detenuto al 41 bis e di questo la ringrazio. In realtà lei abusa del suo ufficio”. Il pubblico ministero ha chiesto l’acquisizione del verbale delle dichiarazioni dell’imputato perché possa trasmetterlo alla Procura della Repubblica di Roma per valutare l’eventuale rilevanza penale delle affermazioni del boss.