Ancora una volta la politica incrocia il cinema e gli effetti sono miserabili. In questo caso niente fondi dalla Regione Friuli Venezia Giulia, regione in cui il film è in parte ambientato, al film di Marco Bellocchio, La Bella Addormentata, liberamente ispirato alla vicenda di Eluana Englaro. La motivazione è apparentemente tematica e culturale, (non vogliamo promuovere una cultura di morte) in realtà La Lega Nord e l’Udc, partiti di maggioranza insieme al Popolo della libertà, ne hanno fatto un preciso caso politico. Quale sia la verità è presto per dirlo, certamente la motivazione data dal governatore Tondo (Pdl) “Abbiamo problemi più urgenti da risolvere che finanziare produzioni cinematografiche” è tanto ovvia quanto priva di logica. In qualsiasi caso è più urgente aiutare famiglie bisognose che finanziare il cinema, ma come direbbe qualcuno “che c’azzecca?”. Da quando in qua capitoli di spesa destinati alla cultura fluttuano inopinatamente in aree come l’assistenza sociale? E allora facciamo qualche passo indietro.

Dai “panni sporchi si lavano in famiglia” di andreottiana memoria sembra trascorso solo qualche mese. Invece era il 1948 quando il giovane sottosegretario alla presidenza del consiglio Giulio Andreotti faceva notare che un film come “Ladri di Biciclette” dava un’immagine distorta e disdicevole dell’Italia e consigliava dunque di tenere le proprie verità scomode ben chiuse dentro le quattro pareti casa, di non mostrarle davvero al mondo intero. Ancora oggi, spesso e volentieri, l’Italia cinematografica è ricordata oltreoceano proprio per quella caterva di panni sporchi lavati e stesi ad asciugare fuori casa che presero il nome di neorealismo e ci fecero portare a casa continuativamente quell’Oscar che da troppo/molto latita sulle nostre sponde. Ma questa è un’altra storia, anche se mai come ora la Storia si ripete.

Siamo all’oggi, il tempo in cui alla Classe Morta non resta che molestare la Bella Addormentata. Triste davvero.

Io credo che fino a quando gli autori, gli artisti e tutti quelli che credono davvero nel cinema e nel teatro non si decideranno a pretendere una legge secondo la quale la cultura e l’arte non siano asservite alla politica , le torture inflitte oggi a un nobile autore come Marco Bellocchio e al suo film, domani toccheranno a chiunque altro possa disturbare i potenti di turno e quindi l’Italia non avrà mai più un cinema libero, ma anche un teatro libero, per non limitarsi al cinema, un pensiero libero.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: una nazione che non cura le proprie risorse culturali, che relega i propri autori al ruolo di lacchè in cerca di oboli, che li educa al servilismo e alle anticamere in assessorati non crea e non nutre artisti e registi, produce al massimo mercenari di varia forma e natura.

Chi non si sottomette alla Classe Morta, chi ha ancora voglia di gridare e chi tiene alla propria libertà artistica, può farlo certamente , purchè non retribuito, purchè al di fuori del circuito in cui si dà un valore al lavoro artistico, può quindi romanticamente morire di fame in nome dell’arte. Ed ecco infatti che oggi gli unici luoghi veramente liberi, dove si fa cultura e arte senza secondi fini, diventano i teatri occupati, come il Valle a Roma per esempio, come il Garibaldi a Palermo e come molti altri che animati da quanti hanno l’esigenza di sentirsi ancora vivi, resistono strenuamente e diventano simbolo di una nazione che dà all’arte un valore pari a zero. Perché se è vero che l’occupare è ormai l’unico gesto possibile, è anche indubbio che continuare a fare arte, cinema, teatro senza nessuna retribuzione, al di là di ogni sostegno istituzionale, equivale a far passare l’idea che comunque ci sarà sempre qualcuno che si immolerà per il puro piacere di farlo. E dunque fare il gioco di quanti, cinicamente, lo lasceranno fare.

Ora quindi, dopo l’occupazione dei teatri, resta solo che quanti, direttori di teatri, di festival, di premi, di istituzioni culturali in genere, abbiano partecipato e perpetuato per anni ad un sistema logoro e incancrenito, legato a filo doppio con la politica, insensibile alla meritocrazia artistica, cieco verso uno straccio di ricambio generazionale, sordo verso ogni ispirazione che possa essere innovazione, azzardo, sperimentazione, verità, potenza creativa, se ne vadano.

Una volta libere le polverose poltrone si passerà alla loro sostituzione con teste pensanti, nuove, vivaci, agili, leggere, divertenti, divertite, creatrici, aliene da ogni forma di familismi italioti.

Nel frattempo loro, La Classe Morta, riuniti in un unico vagone bestiame, potrebbero così raggiungere comodamente una landa desolata dell’estremo nord, su su fino ai ghiacciai, mentre un mega- schermo all’interno del vagone trasmette le immagini a ripetizione di Ultimo Tango a Zagarolo, perla ormai riconosciuta dei due comici siciliani, specchio dei tempi che viviamo.