I risultati delle elezioni Amministrative del 2012 portano in dote tutti le condizioni per rappresentare un passaggio storico della politica italiana. Lo sfaldamento del blocco di centrodestra e il suo evidente vuoto di leadership, il fallimento del progetto del Terzo Polo (per ammissione del suo stesso ideatore, Pier Ferdinando Casini), la vittoria del centrosinistra in grandi città e in storiche roccaforti del centrodestra (specie al Nord) e la prima grande affermazione del Movimento5Stelle restituiscono un quadro rinnovato quanto profondamente incerto.

Oggi nessun partito e nessuna coalizione appare autosufficiente. La foto di Vasto conquista sindaci senza entusiasmare. Il Pdl perde definitivamente la Lega (impegnata a perdersi a sua volta) e, almeno a livello numerico, sembra incapace di vincere anche senza Udc e Fli. Fini e Casini, a loro volta, non sembrano più così capaci di esercitare la golden share sul prossimo candidato presidente del Consiglio vincente.

Il Movimento5Stelle, a sua volta, è l’unica forza politica certamente vincente ma dovrà conciliare la sua ‘vocazione maggioritaria’ (la volontà di non allearsi con nessuno, mai) e le regole della prossima legge elettorale, qualunque essa sia. Oggi i sondaggi danno il Movimento al 12%, una cifra eccezionale ma ancora troppo bassa per cambiare tutto e farlo da soli.  

Il successo dei grillini, contrariamente alle dichiarazioni fatte dallo stesso Grillo e dai suoi candidati (più attenti a enfatizzare il ruolo della Rete nel loro modo di catturare consenso e sui meriti interni del Movimento), è squisitamente politico ed è figlio di un contesto profondamente diverso rispetto alle Amministrative 2011.

Per quanto i metodi di partecipazione e di selezione della classe dirigente siano profondamente diversi rispetto al resto dell’offerta politica dei partiti e delle liste civiche e per quanto una forza politica con soli tre anni di vita abbia tutto da guadagnare dallo scorrere del tempo e dalle prime esperienze amministrative maturate nel tempo, appare evidente che l’exploit del Movimento5Stelle sia figlio di una combinazione di sfiducia generalizzata verso i partiti e dall’implosione dei blocchi politici tradizionali, a cui Grillo ha trovato una valvola di sfogo con la solita, efficace ricetta.

A meno che non si voglia sostenere che i candidati sindaci del Movimento Cinque Stelle di quest’anno siano infinitamente superiori a quelli degli anni passati, è evidente che il successo dei grillini sia ‘esogeno’, dipende più dal contesto e dai demeriti altrui che da particolari elementi di novità della proposta politica. Il Movimento, dunque, è al posto giusto al momento giusto e le forze politiche tradizionali farebbero bene a rendersi conto che questo risultato elettorale così positivo di Grillo dipende in larga parte dai loro limiti (e dunque, piuttosto che attaccare il Movimento, dovrebbero fare autocritica).

Chiunque abbia sostenuto che il voto amministrativo non abbia un significato nazionale ha commesso secondo me un grave errore di ingenuità o ha peccato di malafede. Si è votato in tutta Italia, dal Nord al Sud, e in contesti assolutamente eterogenei. E con le dovute eccezioni (il voto di Palermo su tutti, e in generale le dinamiche elettorali del Sud Italia sono differenti da quelle del Nord Italia), il voto è stato caratterizzato da tre comportamenti costanti;

1. si vota il ‘nuovo’ (non importa rispetto a cosa): quando un candidato sindaco aveva già un’esperienza amministrativa consolidata, o una lunga militanza nei partiti, o era in politica da tanto tempo, ha perso voti al di là dei suoi meriti o della sua competenza, specie quando il suo avversario era invece alla prima esperienza.

2. si vota ‘contro’ (non importa contro chi): quando un candidato sindaco era percepito come facente parte del blocco politico che ha contribuito a governare il Paese in questi venti anni, sia da politico che da amministratore, sia di sinistra che di destra ha pagato il prezzo di questa appartenenza. A Parma questa dinamica è apparsa molto evidente: Pizzarotti vince anche perché Pd e Pdl sono stati percepiti come ‘la stessa cosa’, come corresponsabili dei disastri che la città (e il Paese) aveva dovuto sopportare negli ultimi anni. 

3. si vota chi non fa politica per interesse personale (non importa se è vero o meno): chiunque sia stato legato a poteri economici, a interessi particolari, a contiguità con altri sistemi di potere nella città dove si è candidato ha conosciuto un’oppozione molto più forte rispetto al passato, anche recente. 

Negli ultimi anni la politica italiana ha conosciuto solo due figure che rispondono perfettamente a questo identikit: Mario Monti e Beppe Grillo. Entrambi, per motivi diversi, godono di un buon consenso personale da parte degli italiani. Sono entrambi ‘nuovi’, almeno per la politica. Sono entrambi ‘contro’ il sistema politico contemporaneo: il primo, Monti, con la politica deve però scenderci a patti (e infatti il suo consenso è in discesa), il secondo va contro tutti, Monti compreso. Sia Monti che Grillo, inoltre, sono percepiti come persone che non hanno nulla da guadagnare dalla politica. Entrambi, infatti, vivono dei propri successi privati e professionali. 

Monti e Grillo, oggi, sono legati da un inconfessabile filo. Monti lavorerebbe molto meglio se avesse interlocutori più preparati e meno legati a interessi particolari e Grillo, oggi promette quel tipo di rinnovamento. Il legame di Grillo a Monti è però ancora più forte. Il Movimento 5 Stelle, paradossalmente, è già in debito con Monti, perché quest’ultimo è sostenuto da un governo largo, così largo da aver dato sostanza a un classico di Grillo: i politici sono tutti uguali. Quanto più gli italiani saranno d’accordo con questa affermazione, tanto più il Movimento5Stelle sarà in salute (e viceversa).

E non c’è niente di meglio che un governo tecnico e di ‘larghe intese’ per confermare questa convinzione nella testa degli italiani. Ecco perché ogni giorno di più di governo Monti è un giorno di consenso guadagnato per il Movimento5Stelle.