Hic sunt leones’, si scriveva un tempo sulle carte geografiche per descrivere l’ignoto. Un monito per chi si fosse avventurato in terre sconosciute. Forse ne avrebbero dovuto tenere conto i vertici dell’Unione Europea quando si lanciarono nell’invenzione di nuovi strumenti – mai previsti dai trattati – per fare fronte alla crisi del debito esplosa due anni fa, e per riportare ordine nell’Eurozona. Forse il più strano fra questi è stato la cosiddetta “troika”, il gruppo di ispettori costituito dalle tre istituzioni internazionali mobilitate nel 2010 per rifinanziare i governi più esposti: la Commissione, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale.

Gli anonimi funzionari della troika si sono fatti conoscere in Grecia, il più colpito fra tutti i paesi di Eurolandia, sbarcando a scadenza fissa nella capitale, con sempre più esose richieste di tagli a fronte dei crediti concessi a denti stretti dall’Europa. Ma le condizioni per accedere a questi finanziamenti sono state talmente punitive che oggi in Grecia il nome della troika potrebbe tranquillamente essere sostituito da quello delle erinni, le tre furie della mitologia greca che personificavano la vendetta. I tagli al bilancio, ai salari e alle pensioni operati fin qui hanno ridotto il prodotto interno del paese del 20%.

Palesemente la medicina non funziona, e rischia di uccidere il malato. In questa situazione, infatti, il debito cresce invece di diminuire, mentre si riducono le risorse disponibili per ripagarlo. Senza parlare del colpo inferto all’idea stessa di modello sociale europeo, teso a tutelare valori come l’accesso alle cure e la formazione. Ma non è finita. Nel corso del 2012, secondo l’accordo tristemente noto come “Memorandum“, firmato dal precedente governo, sono attesi 50.000 nuovi licenziamenti nell’amministrazione pubblica, ulteriori tagli alla spesa sanitaria e un altro colpo ai salari.

Come era prevedibile, i greci si sono ribellati, punendo i due grandi partiti storici del paese alle ultime elezioni, e premiando quelli che hanno promesso di rimettere in discussione il fatidico Memorandum. O forse si sono rassegnati. Mentre i grandi della terra si agitano, e si discute a Camp David sulla posizione della parola “crescita” nella dichiarazione finale del G8, dicono che ad Atene si respira una calma irreale – in attesa delle nuove elezioni, visto che dalle ultime non è uscito un vincitore.

L’uscita di un paese dall’euro non è prevista dai trattati, ma pare che le grandi banche europee – e anche i vertici dell’Unione Europea – si stiano organizzando per questa evenienza. Il tempo non è passato invano, dicono banchieri e politici: abbiamo usato questi due anni per disinvestire dalla Grecia. Come dire, avendo tolto i nostri averi, possiamo anche affondare il paese.

 l discorso è raggelante, svelando l’abisso degli egoismi nazionali in cui siamo scivolati in questi anni. Ma l’errore, a mio avviso, è doppio. In primo luogo perché l’effetto del sacrificio greco di cui si parla con tanta tranquillità sarà prevedibilmente devastante per tutti, mettendo a repentaglio la tenuta stessa dell’euro. La vera catastrofe sarà più politica che economica, perché è l’intero edificio del progetto europeo, insieme ai suoi valori fondanti, che rischia di essere spazzato via.

In questa situazione è il silenzio della politica che colpisce. Se tutti speravano nella vittoria di François Hollande per riuscire a coniugare rigore, crescita ed equità, manca ancora una presa di posizione forte ed unitaria della sinistra europea per tracciare il necessario percorso federativo e alternativo alle mezze misure sperimentate fin qui. Come dice il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman, l’euro è stato “un ambizioso esperimento di unione monetaria senza unione politica”. Prendiamo atto che l’esperimento è fallito, e lavoriamo per una soluzione comune. Per salvare l’euro dobbiamo fare l’Europa politica.

Ancora una volta, l’unico politico italiano che dice queste cose con chiarezza è Romano Prodi. «Il problema è economico, ma anche e soprattutto politico: solo una forte alleanza per un disegno nuovo dell’Europa può salvare la Grecia e la stessa Europa. Quel che bisogna far vedere alla speculazione è che c’è solidarietà“, ha detto l’ex-Presidente della Commissione Europea in una recente intervista. Parole sagge, questa volta speriamo che lo ascoltino.