Abdelbasset al-Megrahi, l’unico condannato per l’attentato di Lockerbie del 1988 con 270 vittime, è morto. Lo ha riferito un fratello. Al-Megrahi, 60 anni, aveva un cancro alla prostata. Nel 2001 era stato giudicato colpevole e mandato all’ergastolo per la strage dell’aereo della Pan Am nei cieli scozzesi. Il 20 agosto del 2009 era stato liberato per motivi umanitari. Ex agente segreto libico l’uomo era malato terminale di cancro. Tornato in patria, era stato accolto come un eroe da Muammar Gheddafi, l’ex rais spazzato via e ucciso durante le rivolte popolari in Libia, su cui il segretario di Stato Hillary voleva aprire un’inchiesta per le presunte responsabilità del Colonnello poco più di un anno fa. 

La scarcerazione del libico avvenne tra le polemiche e il governo britannico diffidò Gheddafi invano sulle celebrazioni per la sua liberazione. Il governo scozzese motivò, però, la decisione con ragioni umanitarie, sostenendo che all’ex 007 restavano poche settimane di vita. I parenti delle vittime, in gran parte americane, criticarono aspramente la decisione. Nell’agosto dello scorso anno Al-Meghrai fu ripreso in un video in una manifestazione di sostegno all’ex rais.

Il 21 dicembre 1988 il volo PA 103 della Pan Am, decollato dall’aeroporto londinese di Heathrow e diretto a New York, esplose in volo a causa di una bomba nascosta nella stiva. Due uomini, accusati di appartenere ai servizi segreti libici, furono individuati come i responsabili dell’attentato. Il presunto complice di Meghrai, Al Amin Khalifa Fhimah, fu scagionato. La pressione internazionale e lunghi negoziati con Gheddafi portarono finalmente alla consegna dei due accusati nel 1999 in Olanda, dove si celebrò il processo di fronte a un tribunale composto da tre giudici scozzesi. Il 31 gennaio del 2001 Al Megrahi fu condannato per omicidio a 27 anni di carcere mentre il secondo accusato fu assolto. L’anno seguente il governo libico offrì un risarcimento di circa 10 milioni di euro per ogni vittima e nell’agosto del 2002 accettò formalmente la responsabilità dell’attentato. Poi nel 2009 le autorità britanniche decisero di metterlo in libertà per motivi umanitari, date le sue precarie condizioni di salute e un cancro che gli concedeva solo tre mesi di vita.

Al-Megrahi ha sempre sostenuto la sua innocenza e anche il regime di Tripoli, nonostante abbia accettato di risarcire i familiari delle vittime, ha sempre affermato di non avere niente a che fare con l’attentato. Abdul Rahman Shalgham, ex ambasciatore libico all’Onu passato poi nelle fila degli insorti, ha ammesso che il suo paese ha avuto un ruolo nella strage di Lockerbie, aggiungendo però che non si era trattato di una operazione di marca unicamente libica.

La morte dell’ex 007, i cui funerali sono previsti domani a Tripoli, ha diviso le famiglie delle vittime. Per alcuni familiari come Jim Swire, del gruppo Giustizia per Megrahi, la notizia della scomparsa del libico è “molto triste”: Swire, che ha perso la figlia Flora nell’attentato, è convinto dell’esistenza di prove ancora non rese note che dimostrerebbero l’innocenza dell’uomo. Agli antipodi la reazione di Susan Cohen, una donna del New Jersey la cui figlia Theodora ha perso la vita nel viaggio fatale di rientro in patria da Londra a New York. “Spero che la sua morte sia stata dolorosa”, ha detto la Cohen che per Megrahi avrebbe voluto la pena di morte. “Non ho pietà per lui”, ha aggiunto: “Megrahi è morto circondato dalla sua famiglia. Mia figlia è morta a 20 anni di una morte orribile quando ancora aveva tutta la vita davanti a se”.

Per il premier britannico David Cameron non avrebbe mai dovuto essere scarcerato. Per il primo ministro inglese è  il momento di ricordare i 270 morti dell’“esecrabile attacco terroristico”