Il settore della banca JP Morgan Chase che – come si è saputo venerdì scorso – ha perso più di 2 miliardi di dollari per scommesse azzardate sui derivati era sottoposto a controlli meno severi rispetto ad altri settori della banca, usava un sistema di calcolo del rischio meno stringente e riportava direttamente al direttore generale (CEO) Jamie Dimon, senza passare per strutture intermedie.

In pratica era una banca nella banca, una specie di isola offshore, un casinò con regole proprie. A dirlo oggi, quando i buoi sono scappati ormai tutti e nella stalla è rimasta solo una voragine, sono “persone che prima lavoravano nella banca”, che hanno deciso di raccontare tutto all’International Financing Review di Thomson Reuters. Che nel casinò di Jp Morgan si puntasse con generosità e spregio del pericolo si sapeva già dal 2005, quando erano iniziate ad arrivare alla direzione le prime timide proteste da parte di alcuni manager, preoccupati per la disinvoltura con cui si piazzavano alcune giocate: “sta diventando troppo grande, qui scoppia tutto”, “non si sa bene cosa si sta vendendo e comprando”. 

Poche ripetute e sommesse voci, subito soffocate. Il dipartimento scommesse doveva diventare sempre più grande perché, tecnicamente, aveva un costo finanziario inferiore a tutto il resto della banca. Il Chief Investment Office (CIO) – così si chiamava la bisca – veniva incoraggiato ad essere un centro di profitto e, notate bene, un “dipartimento studiato per compensare i rischi dell’intera banca”, la più grande degli Stati Uniti. La signora Ina Drew, a capo di questo miracoloso ritrovato della scienza e della tecnica in grado di rischiare e di coprire i rischi allo stesso tempo, ha guadagnato 15 milioni di dollari all’anno nel 2011 e nel 2010. Il “centro di profitto”, almeno per lei, ha funzionato benissimo. Il CIO è sopravvissuto a tutte le crisi più recenti e, mentre anche JP Morgan ha rischiato di chiudere per sempre, i suoi trader continuavano a cavalcare impavidi i mari tempestosi della finanza.

Poi nel 2011 hanno cominciato ad aprirsi falle dappertutto, un gruppo appoggiato dal sindacato ha denunciato la mancanza di controlli adeguati, fino a quando, due settimane fa, la banca si è finalmente decisa ad applicare un modello di misurazione del rischio più severo. Ma era troppo tardi. Il pallone si era gonfiato troppo e non gli restava che scoppiare. Uno dei trader, Bruno Iksil, era stato persino soprannominato “la balena di Londra”, perché la sua esposizione al rischio era così assurdamente esagerata che altri operatori concorrenti (soprattutto fondi speculativi hedge) avrebbero potuto agevolmente individuare la falla nella nave, colpirla e affondarla senza problemi, com’è poi accaduto. 

Nonostante i summit, i proclami, le bozze di regolamentazioni, le interminabili discussioni siamo costretti a constatare che nel 2012, a cinque anni dalle prime esplosioni nel mercato delle obbligazioni strutturate che hanno portato alla catastrofe finanziaria globale, siamo ancora qui a correre dietro a una balena grigia, a un Bruno qualunque,  ingegnere con valigetta, pendolare della City e a Donna Ina, una bionda dal sorriso beffardo che guadagna in un giorno quello che noi, rappresentanti dell’altro 99% del mondo cosiddetto sviluppato, guadagniamo in due mesi. Ecco, i sacrifici li stiamo facendo anche per loro.

In attesa che il prossimo James, Francis o la prossima Samantha rompa il motore di nuovo scatenando reazioni indignate e una nuova ondata di impegni, summit, regolamenti ed emendamenti per riformare Wall Street.