Un paragrafo alla fine di un articolo in prima pagina sia sulla Süddeutsche Zeitung che sulla Welt, un trafiletto nelle pagine di economia sulla Faz, neanche una riga sull’Handelsblatt, il maggior quotidiano economico del Paese. Sarà stato forse perché, a causa della Festa del lavoro, i giornali tedeschi – a differenza di quelli italiani – non sono usciti martedì primo maggio, ma sono tornati in edicola soltanto mercoledì. Fatto sta che la tirata d’orecchie del presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, che lunedì sera ha annunciato di voler abbandonare il suo posto anche a causa delle ingerenze di Germania e Francia, ha trovato ben poco spazio sui quotidiani della Repubblica federale.

Stupisce pertanto fino a un certo punto che, interpellato su quelle dichiarazioni pesanti come macigni, su quel “leggo in continuazione che ci sono molti che sanno ricoprire questo posto meglio di me, che ora lo facciano” lanciato da Juncker in direzione di Berlino e Parigi, o su quel suo “Germania e Francia si comportano come se potessero decidere da soli come vanno le cose in Europa”, il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert abbia fatto scena muta durante la tradizionale conferenza stampa del mercoledì. Come giudica la Germania le accuse del premier lussemburghese? Sono forse l’occasione per fare autocritica? “Non conosco le dichiarazioni di Juncker”, risponde laconico Seibert. Che poi aggiunge: “‘ingerenza’ è la parola sbagliata, Germania e Francia hanno in Europa una responsabilità particolarmente grande e cercano sempre di essere all’altezza di tale responsabilità”. Sulla stessa linea anche una portavoce del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble: “Nel settore della politica finanziaria il motore franco-tedesco è stato molto importante durante la crisi e ha dato buona prova di sé”. Le bordate di Juncker rimbalzano insomma contro il muro di gomma alzato dalla Germania, che non sembra disposta a fare autocritica sulla sua gestione della crisi nell’Eurozona.

Discorso ben diverso, invece, quando si parla della proposta del presidente dell’Eurogruppo di nominare come suo successore proprio Wolfgang Schäuble. “Ha il mio pieno appoggio“, perché “quando parla di questioni legate all’euro sa di cosa sta parlando”, perché non agisce solo con competenza “ma anche con passione”, e perché “è l’europeista al tavolo del governo a Berlino”, ha spiegato Juncker lunedì sera. Una fonte governativa tedesca, protetta dall’anonimato, chiarisce il gioco d’incastri che potrebbe portare il sessantanovenne cristiano-democratico alla guida del gruppo dei ministri finanziari dei Paesi che adottano la moneta comune. “Non è improbabile che la presidenza dell’Eurogruppo venga decisa nell’ambito di un pacchetto” di nomine, “com’è del resto usuale a Bruxelles”, spiega la fonte. “Ci sono altre decisioni relative al personale europeo che sono ancora aperte, tra cui nella EBRD, nella BCE, nell’ESM: noi riteniamo che tutti questi posti verranno assegnati nell’ambito di un pacchetto, per cui al momento non ha senso fare speculazioni in materia”.

Tradotto negli stessi termini pratici di cui a Berlino si vocifera da qualche tempo: il Lussemburgo potrebbe lasciare la guida dell’Eurogruppo e incasserebbe in cambio, per il suo banchiere centrale Yves Mersch, un posto nel comitato esecutivo della Banca centrale europea; la Spagna potrebbe rinunciare a un suo candidato per il board della Bce e aggiudicarsi la guida del fondo salva-Stati ESM; la Germania abbandonerebbe la guida della EBRD o BERS (la Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), oggi affidata al tedesco Thomas Mirow, e farebbe eventualmente spazio a un candidato francese. In cambio Berlino otterrebbe la poltrona di presidente dell’Eurogruppo per Schäuble, sostenuto con decisione dalla cancelliera Angela Merkel. Proprio mercoledì si è discusso a Bruxelles della successione ai vertici della EBRD, ma non è stata raggiunta alcuna decisione. È insomma tutta una questione di tempi. E di incastri giusti.