“Quattro settimane a Milano, quattro a Napoli, il prossimo anno a Genova e in questi giorni al Duse di Bologna sta andando in modo superbo”. Carlo Giuffré, 83 anni lo scorso dicembre, è felice e gioviale come un fanciullo. Questi fantasmi! un classico di Eduardo De Filippo sta riscuotendo ancora successo di pubblico e di critica. E Giuffré, con il fratello Aldo, scomparso nel 2010, naturale prosecutore e interprete delle commedie “amare” di Eduardo, conosce bene i meccanismi della commedia dell’arte e ne muove i fili come un grande burattinaio.

“E’ la settima commedia di Eduardo che porto in teatro e la recito da molto tempo”, spiega al fattoquotidiano.it, “Fu proprio Eduardo a dirmi che per Questi fantasmi! la gente rideva nel 1946, ma aggiunse anche “quando questa commedia verrà ripresa tra cinquant’anni il pubblico non riderà più”. Ecco, lui intuiva il futuro, lui sapeva che quello che stiamo vivendo sarebbe stato un periodo molto brutto, di grande crisi economica, di grande tristezza. Vi ricordate Napoli Milionaria, ambientata nei giorni seguenti la fine della guerra mondiale? Lì tutti i personaggi ripetono al protagonista che la guerra è finita, ma lui dice “la guerra non è finita e non finisce mai”. Eduardo non sbagliava: è forse mai finita la guerra?”.

L’intramontabile magia della commedia dell’arte, uno dei più importanti segni distintivi della cultura italiana nei secoli…

“Dopo Goldoni c’è stato il melodramma del settecento e poi l’ottocento, un secolo buio. Poi è arrivato Pirandello e infine De Filippo. Anche se le commedie di Eduardo all’estero non interessano. O meglio: non le capiscono. Natale in casa Cupiello ha il presepe al centro del testo, una metafora universale, ma fuori dall’Italia non si sono mai sforzati di comprendere. Altro esempio: Filomena Marturano. La protagonista ha tre figli e ne ha fatto uno con il protagonista maschile e la commedia ruota attorno al fatto che lui chiede sempre qual è il suo dei tre. Ebbene, ricordo di un amico che seleziona spettacoli teatrali. Mi disse che una volta a Londra stava vedendo Filomena e mentre si ripeteva la battuta “Chi è mio figlio?”, con fare poco scherzoso dalla platea uno gli ha urlato: “fagli l’esame del Dna e non romperle le palle”. La commedia per gli anglosassoni non esiste nemmeno”.

Dagli anni quaranta quando ha iniziato a recitare il linguaggio teatrale è mutato?

“Il teatro si rinnova e cambia. Anche io continuo nel solco di Eduardo ma qualcosa la rielaboro. I plot delle commedie sono suoi, io aggiorno i testi, li traduco, perché sono scritti in dialetto. E il dialetto non lo capisce più nessuno, i napoletani non capiscono più il napoletano, i bolognesi non capiscono più il bolognese. E’ colpa di questa maledetta televisione che si è inventata un linguaggio che è il niente, con il risultato che si parla un italiano fetente”.

Nino Manfredi, Vittorio Gassman… tutti suoi compagni all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica..

“Uscimmo tutti dall’accademia attorno al ’47, ’48. Tra noi c’era aggregazione, anche con cattiveria ma eravamo tutti uniti. Oggi invece c’è solo odio. Mi ricordo quando a Napoli mi chiamarono al Mercadante per una delle mie prime sostituzioni. Mentre entrai in teatro sentivo urla provenire dal camerone dei sarti. Entrato trovai Gassman e Tino Buazzelli che facevano la lotta!” 

Poi tanto cinema, Pietro Germi con Il Ferroviere nel ’56…

“Con Germi ho un grande rimorso. Mi voleva per Amici miei, pensò a me per un personaggio, ci teneva molto, me lo chiese con un filo di voce, era nel 1974, lui stava per morire. Lessi il copione e il personaggio doveva cagare nel vasino di un bambino. Alla fine rifiutai”.

La ragazza con la pistola nel ’68 con Mario Monicelli…

“C’era Monica Vitti. Che bella donna. Feci quattro film con lei. Ogni tanto la chiamo, la invito a teatro oppure c’è un film in tv con noi due. L’ultima volta m’ha risposto Roberto, l’ultimo marito m’ha detto “guarda sta dormendo”. Antonioni la veniva a trovare in Inghilterra dove girammo La ragazza con la pistola, ma lei aveva già iniziato a frequentare Carlo Di Palma. Le riprese del film durarono tre mesi. Ma a Brighton non trovavamo mai il mare giusto e gli esterni li abbiamo dovuti girare ad Ancona, anche perché io dovevo tornare a recitare a teatro a Cesena”.

Quattro film anche con un ingiustamente sottovalutato Luciano Salce…

“Era poco amato perché era un regista un po’ distaccato. Sembrava dicesse sempre “fate voi”, ma era una gran persona, oltretutto un grande attore. Anche lui veniva dall’Accademia come me e prima di rimettersi a fare cinema in Italia negli anni cinquanta-sessanta andò in Argentina con Adolfo Celi a trovare fortuna”.

Interpretò Son contento nell’83 con Francesco Nuti…

“Vinsi un David di Donatello per quel film. Però Suso Cecchi D’Amico che era in giuria mi disse che me lo volevano dare per l’interpretazione offerta ne La pelle di Liliana Cavani un anno prima”

E come è andata con Benigni sul set di Pinocchio nel 2002?

“Interpretai Geppetto, ma Benigni ha tagliato intere sequenze dove recitavamo insieme: quando gli do l’abbecedario e c’è un mio primo piano in lacrime; tutta la sequenza dentro la balena, totalmente tagliata. L’ha fatto apposta. Alla fine quel film è stato fatto tutto perché la moglie vincesse l’Oscar. Me l’ha detto anche Renzo Arbore: lui vuole che la moglie prevalga. Comunque il film andò malissimo. E poi per me lui non è un grande comico: sempre lì a saltare sulle sedie, a toccare le “parti basse” delle persone”.

Cosa le piacerebbe recitare oggi che non ha mai recitato nella sua vita?

“Non si finisce mai di aver fatto tutto. Ogni sera ricomincio qualcosa di nuovo. Certezze mai, dubbi sempre. Mi chiedo sempre se lo spettacolo sarà come quello di ieri. Comunque se non ci fosse stato il teatro, non avrei saputo fare altro. Il teatro è tutta la mia vita. Pensate che a casa barcollo, m’ingobbisco, mi annoio, ma in teatro ritrovo il passo. E’ un’altra storia. In scena si guarisce. E poi sapete che vi dico: gli attori vivono più a lungo, perché vivendo anche le vite degli altri, le aggiungono alle loro”.