Nel 2008, quando la Repsol cedette il pacchetto di maggioranza a una società petrolifera russa, Mariano Rajoy disse che solo un Paese da nulla rinuncia al controllo degli approvvigionamenti energetici. Però nella sua qualità di primo ministro del governo spagnolo, non tollera che l’Argentina possa comportarsi in base al medesimo principio e minaccia rappresaglie per la nazionalizzazione dell’Ypf (la principale società petrolifera argentina che Repsol controlla da 13 anni).

L’esclusione dell’Argentina dal G-20 altro non è che il sogno di una notte d’estate. Nessuno dei Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) approverebbe questa sanzione contro l’Argentina, tanto che hanno invitato la Kirchner a sottoscrivere una dichiarazione congiunta, critica con l’Europa, nella quale si afferma che non basta la liberalizzazione dei commerci per produrre crescita economica, sviluppo e inclusione sociale. E il Fondo monetario internazionale ha appena chiarito che si tratta di una questione di rapporti bilaterali tanto che alla fine il ministro degli Esteri spagnolo, Garcia Margallo, ha fatto un passo indietro dicendo che tutto dipende dall’ammontare dell’indennizzo a favore di Repsol. Un dato che nessuno può trascurare è che la nazionalizzazione è stata approvata con una maggioranza del 90% in Senato, una percentuale che corrisponde, stando ai sondaggi, al parere degli argentini e che basta a rendere improponibile qualsivoglia paragone con il Venezuela di Chavez.

Il governo ha anche disposto un intervento immediato per fare chiarezza sulla situazione di Repsol, misura questa rivelatasi più che opportuna. L’iniziativa del governo ha permesso di sapere che alcuni dei pochi, ma battaglieri critici della nazionalizzazione erano a libro paga di Repsol, come, ad esempio, l’ex ministro Alberto Fernandez e l’ex ministro per l’Energia, Daniel Montamat. Inoltre è stato possibile accertare le perdite di Repsol su cui la società spagnola manteneva il più stretto riserbo. La presidente Cristina Fernandez de Kirchner non ha avuto peli sulla lingua e alcune sue affermazioni hanno scatenato l’ira degli spagnoli.

Ha detto, ad esempio, che la curva della diminuzione delle riserve e della caduta della produzione dell’Ypf somigliava alla proboscide di un elefante. Ma ancora più chiara è stata sulla questione di fondo: i mancati investimenti di Repsol si sono tradotti per l’Argentina in una bolletta di dieci miliardi di dollari in importazioni petrolifere, una somma pari quasi al surplus commerciale argentino. “È una politica che porta il Paese indietro di anni”, ha detto Cristina Fernandez de Kirchner. Una situazione intollerabile se si considera che l’Argentina è al terzo posto per riserve di greggio e gas.

La scoperta di queste riserve è merito dei geologi argentini dell’Ypf che hanno utilizzato tecniche modernissime sulla base delle informazioni sismiche disponibili. Queste riserve non sono state minimamente sfruttate da Repsol che, invece di investire in Argentina, ha preferito utilizzare gli utili per investire in altre zone del continente americano e nel Maghreb, proprio a danno dell’Argentina. La Repsol ha comprato l’Ypf nel 1999 per 13 miliardi e 158 milioni di dollari. Da allora si è limitata a monetizzare le riserve già esistenti in modo da percepire dividendi per oltre 13 miliardi e 423 milioni di dollari e ha venduto per tre miliardi e 625 milioni di dollari il 25,5% del pacchetto azionario a un gruppo di avventurieri argentini. Un altro 17,1% lo ha collocato in Borsa ricavandone 2 miliardi e 704 milioni di dollari. Il 57,5% del pacchetto azionario ancora in mano a Repsol varrebbe, secondo Repsol, oltre 10 miliardi di dollari. Quindi in dodici anni Repsol ha incassato utili per 17 miliardi e 767 milioni di dollari.

Il momento di questa decisione non avrebbe potuto essere più opportuno. Il prezzo del barile ha toccato i 120 dollari e secondo Nuriel Roubini potrebbe aumentare ulteriormente – e anche di molto – se questa estate il presidente Barack Obama in campagna elettorale dovesse usare toni forti nei confronti dell’Iran, così come si augura il governo israeliano. Nessuno sfuggirebbe alla recessione globale provocata da una esplosione dei prezzi petroliferi, ma è comunque chiara a tutti la differenza tra i Paesi che dispongono di riserve di petrolio e Paesi costretti a importare il petrolio dall’estero.

Nella foto Cristina Fernandez Kirchner (Lapresse)

(Traduzione di Carlo Antonio Biscotto)

Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2012