Nella quasi totale indifferenza (direi inconsapevolezza) dei cittadini europei, il cammino di riforma della politica agricola comune europea (Pac) procede spedito verso il proprio traguardo. Certo non mancano dibattiti e confronti sul tema, che anzi non sono mai stati così ampi e articolati in tutta la storia della Pac (bisogna darne atto al Commissario all’Agricoltura Dacian Çiolos). Tuttavia l’assenza della voce dei 500 milioni di cittadini dell’Europa dei 27 non passa inosservata.

Perché mai la riforma della Pac dovrebbe interessare così tanto gli abitanti dell’Unione? Proviamo a dare una risposta attraverso una sintetica storia e qualche numero, dai quali in controluce possiamo anche leggere qualcosa su ciò che l’Unione Europea potrebbe essere, non riesce ad essere e finisce per diventare.

Ancora oggi, la Pac rappresenta il capitolo principale di spesa del bilancio comunitario: il 43% circa delle risorse complessive, per una cifra di 55 miliardi di euro l’anno. Tanto denaro, ma si pensi che per anni la Pac ha potuto disporre addirittura del 70% del budget comunitario!

Non è però solo per ragioni economiche che la Pac è la più importante politica comune dell’Ue: di fatto essa continua a essere, a 50 anni di distanza dalla sua entrata in vigore e a 55 anni dal Trattato di Roma, la sola politica integrata europea.

In origine il suo scopo fondamentale era quello di garantire un’alimentazione adeguata ai cittadini europei. C’era anche l’obiettivo – fallito però sin dall’inizio – di garantire una giusta remunerazione ai contadini. Quantità di cibo e stabilità dei prezzi erano quindi i target fondamentali. L’autosufficienza alimentare si raggiunse presto, già negli anni ’70, tuttavia bene presto iniziarono anche a manifestarsi gli effetti negativi di questa politica e a metà degli anni ’80 l’Europa si trovò a fronteggiare il problema opposto a quello delle origini: il surplus di produzione.

La Pac fu così costretta a virare: ingenti risorse furono destinate all’acquisto delle eccedenze (accumulate negli stock) e ai sussidi all’esportazione (che diventano una delle cause principali della distruzione dei sistemi agricoli e alimentari dei paesi poveri).

Naturalmente da quel momento si intervenne anche per regolamentare la produzione, per tentare di riavvicinare domanda e offerta, anche se a tutt’oggi molti settori non sono stati integrati in questa politica (ad esempio frutta e verdura).

Ben presto arrivò però una terza fase nella storia della Pac: con l’inizio degli anni ’90 entrarono in scena gli accordi del commercio internazionale e anche la politica agricola fu costretta ad allinearsi. Le decisioni non erano più assunte in funzione del mercato europeo ma con riferimento alle nuove regole internazionali e ai prezzi mondiali (che non rispondono a logiche di mercato ma solo a vicende di dumping ed eccedenze). L’agricoltura europea doveva mantenere prezzi bassi per la propria produzione ed ecco arrivare gli aiuti diretti all’ettaro: più terra hai, più contributi ricevi.

Risultato: arriviamo ai giorni nostri con una popolazione attiva in agricoltura ridotta a 11 milioni di persone (meno del 5%); l’80% dei contributi europei finiscono nelle tasche del 20% degli agricoltori; il settore agricolo è in crisi in tutto il continente (e non solo da quando è entrata in crisi tutta l’economia europea); abbiamo perso un patrimonio enorme di biodiversità; la salute dei cittadini europei sta peggiorando a causa del sistema alimentare (250 milioni, ovvero il 50% della popolazione, è sovrappeso, mentre 42 milioni vivono in condizioni di forte deprivazione); sprechiamo 90 milioni di tonnellate di cibo l’anno (180 kg a testa!); il sistema agroalimentare (non solo europeo, evidentemente) è diventato uno dei principali responsabili della crisi ambientale del pianeta.

La sfida della PAC sembra persa su tutti i fronti. Eppure proprio da questa riforma dobbiamo e possiamo ripartire, perché l’agricoltura può (deve) produrre economia, salute, qualità dell’ambiente, giustizia sociale. Ancora una volta, dall’agricoltura possiamo muovere verso un futuro migliore.

Slow Food, come molte altre organizzazioni che si occupano di agricoltura alimentazione, ambiente, consumatori, ha prodotto un proprio documento di posizione sulla PAC. Cosa possono fare i cittadini europei? Ad esempio possono scrivere ai Parlamentari europei eletti nella propria circoscrizione o nel proprio Paese per chiedere loro di sostenere le posizioni delle organizzazioni in cui meglio si identificano.