Film politico, documentario o thriller? “Diaz“, il  film di Daniele Vicari sulla ‘macelleria messicana’, i pestaggi e gli abusi scatenati dalla polizia di Stato nei giorni del G8 di Genova, ha l’ambizione di racchiudere nei tempi cinematografici quella che è stata definita da Amnesty International “la piu’ grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla Seconda Guerra mondiale”. La sadica violenza del potere, che Pasolini nel bellissimo “Salò” scelse di calare in una cornice astratta, viene rappresentata dal regista rietino con il ritmo di un thriller, in una sorta di ‘’racconto morale’’ che mostra la fragilità della polizia italiana, e la tentazione sempre presente nei corpi armati di precipitare nella perversione della tortura di Stato.
Qui, però, Vicari racconta un fatto vero. Che peraltro, a 11 anni di distanza, non ha ancora trovato una definizione giudiziaria, dal momento che il processo ai protagonisti del pestaggio attende ancora la pronuncia della Cassazione. Il regista sceglie, infatti, l’approccio documentaristico e dichiara: “La presa diretta sulla realtà è il mio modo costitutivo di considerare il cinema”. Ora, quando il cinema si assegna il compito di denunciare le storture della realtà, deve essere sempre salutato con favore. Ma c’è un difetto grave, che limita il valore civile del film  “Diaz”, se questo vuole avvicinarsi al documentario e non offrirsi al pubblico come puro e semplice thriller. Ed è che quella di Vicari è una denuncia anonima. I nomi dei responsabili del feroce pestaggio di Genova, infatti, non ci sono. Neppure nelle conclusioni che, nel rullo di coda, informano lo spettatore del processo tuttora in corso e del rischio di prescrizione che incombe sulle accuse.

Perché nel suo lungometraggio di denuncia, il regista sceglie di non fare i nomi dei poliziotti sotto processo per l’irruzione alla Diaz?

La cronaca, quei nomi, li ha squadernati più volte su tutti i giornali. Si sa che alla ‘macelleria messicana’ partecipò con un ruolo ‘carismatico’ Arnaldo La Barbera, l’ex questore di Palermo, sospettato di aver orchestrato dieci anni prima il depistaggio di via D’Amelio, imbeccando il falso pentito Vincenzo Scarantino. La Barbera è scomparso per un tumore nel 2002. Ma altri 25 poliziotti, tutti i vertici della catena di comando che autorizzarono e comandarono il pestaggio nella scuola sono stati condannati il 19 maggio 2010 dalla Corte d’appello di Genova.
Tra loro, alcuni tra i segugi più brillanti della Polizia di Stato: Francesco Gratteri, ex direttore dello Sco, Giovanni Luperi, ex vice direttore Ucigos, Gilberto Caldarozzi, ex vice direttore Sco, Filippo Ferri, ex dirigente squadra mobile La Spezia, Massimiliano Di Bernardini, ex funzionario squadra mobile Roma, Fabio Ciccimarra, ex dirigente questura Napoli, Nando Dominici, ex dirigente squadra mobile Genova.

Nonostante le condanne, non si è dimesso nessuno. Dai fatti della Diaz è invece uscito senza colpe l’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro, assolto “perchè il fatto non sussiste” dalla Cassazione il 22 novembre 2011. Era accusato di aver istigato alla falsa testimonianza l’ex questore di Genova Francesco Colucci. La Suprema Corte ha cancellato la condanna d’appello, accogliendo la richiesta di annullamento, senza rinvio, avanzata dal pg Francesco Iacoviello, lo stesso che recentemente ha chiesto (e ottenuto) l’annullamento per Dell’Utri sostenendo che il concorso esterno è un reato “al quale non crede più nessuno”. De Gennaro è oggi capo del Dis, il Dipartimento delle informazioni di sicurezza.

E’ d’obbligo chiedersi: si può fare denuncia, al cinema, su una vicenda di stringente attualità, senza fare nomi? Nel 2009 Rai fiction produsse lo sceneggiato “Mattei, uno sguardo al futuro”, che ricostruiva la parabola del presidente dell’Eni. Sceneggiatori: Claudio Fava e Monica Zapelli (già sceneggiatori del bellissimo “I cento passi” al cinema). Una ricostruzione rigorosa, tranne che in un punto: la “scomparsa” di Eugenio Cefis, l’uomo indicato in una nota del Sismi come “il fondatore della P2”. Nell’inchiesta sulla morte di Mattei, conclusa con un’archiviazione, il pm Vincenzo Calia lo indica come il principale sospettato tra i possibili mandanti del “complotto italiano” che fece fuori Mattei. Nel film di Fava e Zapelli, che ha la pretesa di ricostruire un pezzo di storia italiana, Cefis sparisce e diventa l’improbabile Attilio Fabbri, personaggio di fantasia, irriconoscibile anche per una evidente distanza anagrafica.

Opportunismi narrativi? Esigenze della fiction? Censure imposte dalla Rai per evitare grane giudiziarie? Forse sì, forse no. Chissà. Le stesse domande si impongono oggi sul film ‘’Diaz’’ che comunque resta una

delle punte più avanzate del cinema italiano della Seconda Repubblica. Si può raccontare una storia senza i personaggi storici? E si può fare un film di denuncia se la denuncia resta anonima nelle identità dei destinatari?