L’Italia è il Paese delle verità rubate. Un Paese che non può, non deve, forse non vuole sapere quali forze, quali interessi, quali oscuri giochi internazionali, hanno avvelenato un ventennio della sua storia. Strategia della tensione, anni di piombo, la minaccia del golpe ogni volta che si affacciava la possibilità di una svolta politica.

Anche ieri hanno rubato un pezzo di verità sulla strage di Brescia di 38 anni fa. Otto morti, oltre 100 feriti, l’indimenticabile foto in bianco e nero di un uomo in ginocchio piegato su una bandiera che copre i brandelli di un cadavere. Pochi quelli che si sono indignati finanche per lo sfregio finale ai familiari delle vittime. Avete perso, la legge è legge, avete voluto il processo, vi siete costituiti parte civile nella speranza di ottenere un briciolo di verità. Ora pagate. Decine di migliaia di euro per una giustizia che dopo quattro decenni sventola la bandiera bianca della resa.

Poveri italiani di quest’epoca smemorata, inariditi dall’assenza di un moderno Pasolini. Poeta dei suoi tempi ma con gli occhi e la testa nel futuro. “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe ” (e che in realtà è una serie di “golpe ” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice ” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti… Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”.

Perché le prove, gli indizi, i processi, non sono materia nella disponibilità di poeti e intellettuali, utili con i loro scritti a suscitare emozioni e aprire menti, ma di polizie e corti di giustizia. Sono loro che devono accertare verità e certificarle con sentenze definitive e inoppugnabili. L’Italia è l’unico Paese al mondo che per anni, dal 1988 al 2001, ha avuto una Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi. Migliaia di file e volumi con il racconto tragico degli anni neri sono accatastati nei depositi di Palazzo San Macuto, milioni di ore di testimonianze dei protagonisti, ma anche una carrellata di ignobili non so, non ricordo, di omissioni che hanno coperto verità inconfessabili ancora quarant’anni dopo.

Un rosario lunghissimo di sangue, misteri e depistaggi: Peteano, 31 maggio 1972, eccidio dei carabinieri; Treno Italicus, 4 agosto 1974, 12 morti, 105 feriti; Ustica, 27 giugno 1980, 81 morti; Bologna 2 agosto 1980, 85 morti, 200 feriti; bomba al Rapido 904 alla vigilia di Natale del 1984, 15 morti e 267 feriti. Undici stragi ci consegna la cronaca di quegli anni, 150 morti, 652 feriti. Una guerra.

Lo storico Aldo Giannuli ha dedicato anni della sua vita di studioso a scavare nei misteri italiani, e ogni volta si è trovato davanti ad archivi, soprattutto quelli dei servizi italiani, sbianchettati, depurati, devitalizzati. Cosa stava accadendo a ridosso della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, e soprattutto cosa doveva accadere dopo? Dopo la bomba, il terrore, l’indignazione, Milano e l’Italia spaccati in due, con i cortei di operai e studenti uniti nella lotta e le maggioranze silenziose pronte a chiedere legge e ordine. Il “golpe”, la sedizione di ambienti militari ed economici, come nella Grecia dei colonnelli. Oppure il pronunciamento militare solo minacciato, alitato sul collo di una classe politica imbelle.
Dall’inchiesta del giudice Guido Salvini sono emersi significativi indizi su un colpo di Stato progettato tra il 14 e 15 dicembre 1969, a ridosso della Strage. Giannuli ha riannodato i fili che avvicinano la Strage milanese all’omicidio di Aldo Moro (avvenuto “solo” nove anni dopo), consegnandoci le riflessioni che il leader Dc affida ad uno dei suoi memoriali.

Quando la bomba scoppia a Piazza Fontana, Moro è a Parigi a un vertice europeo. Riceve numerose telefonate da Roma, in una di queste un suo amico gli consiglia, per incarico di dirigenti del Pci, di essere molto prudente nell’organizzare il suo rientro nella Capitale. Qualcosa poteva succedere. In quegli anni chi cercava di ricostruire la verità finiva male. Sette mesi dopo la strage di Milano viene fatto deragliare il treno “Freccia del Sud” a Gioia Tauro, 6 morti e 54 feriti.
Cinque giovani anarchici calabresi in un loro dossier destinato ad arricchire le pagine del libro “Strage di Stato”, collegano la bomba di Milano con quell’attentato. È il 26 settembre 1970, quando la loro auto diretta a Roma viene investita da un camion. Muoiono tutti. Il dossier sparisce. La loro storia è stata quasi dimenticata nel Paese delle verità rubate.

Il Fatto Quotidiano, 15 Aprile 2012