Giuseppe Castiglione e Antonio Saitta dell'Upi

Gli amministratori delle Province non vengono più eletti dai cittadini e i presidenti degli enti in scadenza ricorrono al Tar. Sono Como, Ancona, Vicenza, Genova e La Spezia le prime amministrazioni provinciali a subire il trattamento Monti. Stando alle vecchie regole sarebbero infatti dovute andare alle urne il prossimo 6 e 7 maggio, ma così non sarà. Per effetto delle modifiche normative introdotte dal governo, prima con un decreto e poi coin un disegno di legge approvato dal consiglio dei ministri il 6 aprile, i prefetti non hanno infatti dato seguito agli adempimenti preliminari alle elezioni provinciali, limitandosi a convocare i comizi per le elezioni dei sindaci e dei consigli comunali.

L’Unione delle province italiane non ci sta e ha coordinato una serie di ricorsi ai tribunali amministrativi regionali contro i decreti prefettizi. Delibere in tal senso sono state già approvate dalle giunte provinciali della Spezia, di Como e di Ancona, che ritengono la mancata convocazione delle elezioni in vecchio stile “lesiva della condizione istituzionale della provincia”. Il nodo sta tutto nell’applicazione del decreto Salva Italia che, seppur senza cancellare le province, ha ridimensionato l’organo politico dell’ente, modificando anche le modalità di elezione dei consiglieri e dei presidenti. Che fin dalla prossima tornata elettorale non verranno più votati dai cittadini, ma scelti da consiglieri comunali e sindaci del territorio.

L’intervento del governo porterà un risparmio di 120 milioni di euro per lo Stato e di circa 199 milioni per le Province. Una scelta che va nella direzione del taglio dei costi della politica, con la riduzione del numero di poltrone e delle spese elettorali, ma i presidenti delle province interessate hanno scelto di opporsi, preferendo lottare per il mantenimento dello status quo.

Nelle diverse delibere delle giunte provinciali, con cui si conferisce mandato ai rispettivi legali di promuovere i ricorsi, sono riportate le istanze dell’Upi: “Abbiamo provato a spiegare al Governo che questa nuova legge elettorale è un pasticcio e che a pagarne le conseguenze saranno i cittadini, privati della possibilità di scegliere chi eleggere ad amministrare le comunità”, ha commentato il presidente Giuseppe Castiglione. “Evidentemente non si è voluto ascoltare le ragioni dei territori. Ora sta al Parlamento dimostrare di essere ancora in grado di comprendere i bisogni dei cittadini e rimediare agli errori del governo tecnico”.

Castiglione sottolinea come “con questo disegno di legge non sarà possibile assicurare alle Province governi stabili, in grado di programmare politiche di intervento e investimenti di lunga durata. Un nuovo esercito di nominati dalla politica, che non dovranno rispondere a nessuno, se non alle lobby locali, prenderà il posto degli eletti”. E conclude: “Ora spetta al Parlamento rimediare a questo pasticcio: si renda ai cittadini la possibilità di votare chi li amministra e si restituisca a una istituzione della Repubblica la dignità che detiene. E invece di tagliare la democrazia, si smetta con questa deriva demagogica e si cominci col tagliare i veri sprechi del Paese. Dalle tante agenzie, alle società che oggi ci costano oltre 2,5 miliardi in Consigli di amministrazione, e che gestiscono la cosa pubblica senza alcun controllo”.

Intanto per il prossimo 18 aprile è stata indetta una manifestazione che porterà a Milano i 3000 eletti delle province che protesteranno contro i nominati della politica: “Non possiamo accettare una legge che deprime la democrazia e toglie ai cittadini il diritto di scegliere con le elezioni chi è chiamato a rappresentarli e ha la responsabilità di tutelarne gli interessi – ha puntualizzato Antonio Saitta, vicepresidente dell’Upi -, portando anche nelle istituzioni locali il solito esercito di nominati della politica”.