Ogni monumento, scriveva Giorgio Bassani, per continuare a vivere non può essere separato senza danno dall’ambiente circostante. Eppure a Budrio un simbolo della storia d’Italia sta scomparendo pezzo dopo pezzo demolito, anzi delocalizzato, per fare spazio a edifici e tecnologie moderne. Si tratta del Centro trasmittente a onde medie costruito su un progetto dello scienziato bolognese Guglielmo Marconi, vincitore del premio nobel per la fisica “a riconoscimento del contributo dato allo sviluppo della telegrafia senza fili”. Le trasmissioni radio, insomma, da lui brevettate e sviluppate proprio in Italia, ancora funzionanti grazie alle antenne radioelettriche verticali inventate e depositate nel 1986 da Marconi stesso.

Oggi però non sembra esserci più spazio per quelle strutture storiche, e se la prima delle due antenne è stata demolita nel 2006 per fare posto al nuovo polo alimentare, creava pure qualche interferenza con cellulari e apparecchiature moderne, l’altra seguirà presto il suo destino.

“Parlare a Bologna – recitava il testo scritto da Marconi per l’inaugurazione del Centro, letto alla radio dal Marchese Luigi Solari proprio il giorno in cui il fisico fu sepolto – non è per me lo stesso che parlare a Londra o a New York: colà posso parlare sotto la guida della mente. A Bologna potrei parlare solo con la guida del cuore”.

Tuttavia, quel “patrimonio storico del paese, che dovrebbe divenire museo invece di essere distrutto”, inaugurato per la seconda volta nel 1951 dal sindaco di Bologna Giuseppe Dozza, è destinato a scomparire. L’antenna marconiana supersite verrà demolita a settembre e al suo posto sorgerà la nuova sede della Pizzoli, azienda che produce patatine.

“E’ un’opportunità importante per la città – ha chiarito Luisa Cicognetti, capogruppo Pd in Comune a Budrio e capolista alle prossime elezioni – se non si fosse trovata un’alternativa per la fabbrica, la cui sede attuale è incompatibile con l’esigenza di raddoppiare i volumi produttivi per competere sul mercato, la proprietà l’avrebbe potuto anche delocalizzarla. Causando una perdita in termini di posti di lavoro e di sviluppo per la città. E ricordiamo – ha aggiunto la Cicognetti – che quell’antenna è solo una copia, la Rai voleva distruggerla e siamo stati noi a decidere di conservare gli ultimi dieci metri nel parco dell’Atea, su cui sorgeranno le nuove strutture”.

Il progetto del Comune di Budrio per i terreni su cui si trova il Centro, approvato con delibera il 15 ottobre 2010 e con un atto dell’allora commissario straordinario Anna Maria Cancellieri, infatti, è molto più ampio. E comprende l’attivazione di un’area ecologicamente attrezzata, l’Atea appunto, dove si costruiranno nuove realtà procedendo nella direzione dello sviluppo sostenibile. Anche per l’edificio in muratura, che contiene ancora macchinari e pezzi di ricambio con il marchio del fisico bolognese, la condanna alla demolizione arriverà presto.

Il piano, che è valso al comune 1,2 milioni di euro di finanziamenti europei, spiega il sindaco Carlo Castelli, “è una scelta politica per favorire la crescita virtuosa”. E l’area più idonea per realizzarlo era quella del Centro, “che comunque – ha chiarito il sindaco – non contiene edifici di particolare interesse quindi, superato l’ostacolo dell’antenna con un accordo con la Rai, che non ne aveva più bisogno, procederemo allo smantellamento. In corso d’opera poi vedremo come costruire un richiamo affinché, passando di là, si riconosca l’importanza storica del luogo”.

Il parziale salvataggio delle strutture che si trovano nel Centro, però, non è servito a soffocare le polemiche sorte all’annuncio della prossima demolizione. Se già nel 2006 si puntava il dito contro l’amministrazione perché l’antenna rimossa “avrebbe invece potuto essere utilizzata per le ricerche scientifiche o per la protezione civile”, dichiaravano gli esperti, oggi l’insoddisfazione è ancora maggiore perché dell’edificio potrebbe non rimanere che qualche elemento.

Sono molti, infatti, coloro che considerano il progetto, senza mezzi termini, “uno schiaffo a Marconi”. “Si sarebbe potuta trovare un’altra area, o costruire sull’attuale terreno del Centro anche un museo” obietta Elio Antonucci, promotore di una campagna di informazione per salvare il sito.  “Le apparecchiature presenti, ad esempio, potrebbero essere anche affittate ad altre emittenti televisive, come accaduto in altri paesi. Tutto ciò che è all’interno, documenti, parti di ricambio, strumenti, sono cimeli storici che rischiamo di perdere”.

La notizia ha destato molta preoccupazione nelle comunità locali, tanto che i radioamatori si sono rivolti ai Beni Culturali nella speranza che un loro intervento possa impedire la distruzione del sito, e il Comune di Sasso Marconi, che diede i natali al fisico, ne ospita le spoglie e ne porta pure il nome, ha espresso, in una nota, la volontà di trovare una soluzione tesa alla salvaguardia del luogo storico. “Era un servizio pubblico – ha concluso Antonucci – costruito e pagato con i soldi pubblici, i nostri, quindi dovrebbe rimanere a disposizione di chiunque voglia visitarlo”.