Il “gender gap”, la differenza di genere. Potrebbe essere proprio una questione di genere a riportare Barack Obama alla Casa Bianca. Un sondaggio ABC News/Washington Post, tra i più completi e dettagliati realizzati sinora, mostra infatti che una larga maggioranza di donne americane prevede di votare, il prossimo novembre, per il presidente democratico. Mitt Romney, il probabile candidato repubblicano, guida nelle preferenze di voto degli uomini, ma non in modo tale da riassorbire le perdite tra le donne. Alla fine, a meno di sette mesi dal giorno delle presidenziali, il sondaggio mostra Obama saldamente in vantaggio su Romney: 51% contro 44%. Sette punti pecentuali che rappresentano un buon risultato per Obama, nel momento in cui la campagna entra nel vivo.

Il sondaggio ABC News/Washington Post prende in esame temi e caratteri diversi della sfida elettorale: economia (l’unico settore in cui Obama mostra una certa debolezza: il 76% degli americani pensa che il Paese sia ancora in recessione), capacità dei candidati di difendere gli interessi della classe media (Obama batte Romney di 10 punti percentuali), loro simpatia (anche qui, largo vantaggio per Obama, riconosciuto più piacevole, affidabile, autorevole dal 64% degli americani). E’ però proprio il dato del voto femminile a rappresentare il dato più confortante per i democratici. Il 57% delle donne americane spiega infatti di voler votare per Barack Obama (Romney si ferma al 38%). La vera buona notizia, per Obama, riguarda soprattutto il voto delle “white women”. Lo scorso 10 marzo, il 55% delle americane bianche preferiva Romney. Oggi, un mese dopo, il candidato repubblicano ha perso il 7% di questo segmento elettorale. La sostanziale parità nel voto femminile bianco, e l’assoluta prevalenza in quello delle minoranze (tra le donne afro-americane e ispaniche Obama tocca quasi l’80% delle preferenze) spiega dunque perché la Casa Bianca potrebbe essere democratica ancora per quattro anni.

Il risultato del sondaggio non arriva totalmente inatteso. Le donne americane hanno tradizionalmente votato per i candidati democratici alla presidenza. Nel 2008, Obama sopravanzò John McCain di 13 punti nella scelta di voto femminile. Quest’anno, però, le cose sono andate in modo sensibilmente diverso. Prigionieri di una visione sempre più ideologica, convinti che le primarie si vincano a destra, attirando il voto evangelico e conservatore, i candidati repubblicani alla presidenza si sono lanciati in quella che è stata definita una vera e propria “guerra contro le donne”. La tradizionale opposizione all’aborto si è accompagnata a una demonizzazione di ogni forma di contraccezione (nonostante il 99% delle donne americane affermi di essere ricorsa, almeno una volta nella vita, a una qualche forma di controllo). In piena campagna elettorale, e benedetto da tutti i candidati, il governatore repubblicano della Virginia, Bob McDonnell ha sponsorizzato una legge che prevede – per tutte le donne che chiedono di abortire, anche quelle vittime di stupro – un esame vaginale agli ultrasuoni particolarmente invasivo. E da mesi ormai è in corso la battaglia di Romney, Santorum, Gingrich e tutta la classe dirigente repubblicana, per tagliare i fondi pubblici di Planned Parenthood, l’organizzazione nazionale che si occupa di salute delle donne, accusata di usare i soldi dei contribuenti per pagare gli aborti (solo il 3% dei fondi di Planned Parenthood è destinata ai servizi abortivi, e non sono fondi pubblici).

La lista è lunga, e diventa ancor più esplicita se, dalla politica nazionale, si passa a quella locale. Repubblicani del Maryland che tagliano i fondi per il doposcuola dei bambini più poveri, con madri lavoratrici. Repubblicani del South Dakota che vogliono legalizzare l’uccisione dei dottori abortisti. Un repubblicano della Georgia che vuole cambiare il termine legale per le donne oggetto di stupri e violenza domestiche: non più “vittime”, ma “accusatrici”. La lista è così lunga ed esplicita che, a un recente incontro a porte chiuse tra i senatori repubblicani, Lisa Murkowski, eletta in Alaska, ha chiesto ai colleghi di moderare i toni ed evitare di essere dipinti come anti-donne, “ciò che potrebbe avere conseguenze disastrose nel voto di novembre”.

L’appello della Murkowski non sembra però essere stato ascoltato, e ora i repubblicani si trovano di fronte al compito, quasi impossibile, di recuperare le donne americane: infastidite, impaurite, stanche di una “guerra” che ha forse infiammato il voto cristiano e conservatore, ma ha reso più freddo e dubbioso quello di un’intera Nazione.