Un’anticipazione dal mio libro “Tav, il treno della discordia”, Aliberti editore

A giorni in libreria Amleto, oggi, invece di chiedersi “Essere o non essere”, forse si domanderebbe: “Tav o No Tav, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli”. (…) le parole di William Shakespeare, potrebbero essere declamate dai tanti abitanti della Val di Susa che hanno deciso l’occupazione permanente del territorio, ovvero “lotta dura senza paura”. “Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte”.

Alcuni di loro hanno deciso per l’intransigenza contenuta in queste parole di Shakespeare, che rappresentano perfettamente il loro stato d’animo. Anche il migliore dei pacifisti, per tanto tempo inascoltato e sotto pressione, può farsi prendere dal fanatismo: soprattutto quando sente che a essere violato è il proprio territorio. L’esasperazione dell’oltraggio fa sì che Amleto si domandi se è giusto sopportare o reagire, il che non vuol dire necessariamente arrivare alla violenza ma a qualcosa di peggio: la rottura del patto sociale con lo Stato, la fine della democrazia rappresentativa. Questo è ciò che sta accadendo in tante parti dell’Italia.

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Per il momento non andiamo oltre: mescoliamoci con la maggioranza degli abitanti della Valle, la Comunità montana, alcune amministrazioni locali, i vari Comitati No Tav, per tentare di capire cosa c’è dietro la protesta. Le loro denunce sono prima di tutto ambientali. Valutiamone i contenuti. Il cantiere porterebbe danni alle falde acquifere. C’è chi denuncia che il tunnel eliminerebbe acqua per un milione di persone. A sostegno di questo vengono citati alcuni esempi di grandi opere pubbliche già realizzate (…) è sufficiente fare un salto in Toscana, esattamente nel Mugello, dove i danni ambientali creati sono evidenti e hanno procurato un grave impoverimento delle falde (…).

La seconda ragione per dire no al Tav è contenuta nella denuncia di Roberto Saviano in un’inchiesta su Repubblica dal titolo: “Tav, da Napoli alla Val di Susa le mani della mafia sui cantieri”. Tutti parlano di Tav, ma prima di ogni cosa bisognerebbe partire da un dato di fatto: negli ultimi trent’anni l’alta velocità è diventata uno strumento per la diffusione della corruzione e della criminalità organizzata, un modello vincente di business (…) l’Italia al momento non è in grado di garantire che questo cantiere non diventi la più grande miniera per le mafie (…). Nella relazione annuale (2011) la Direzione nazionale antimafia ha inserito il Piemonte al secondo posto per la penetrazione della ‘ ndrangheta dopo la Lombardia, escludendo la Calabria (…). Le imprese mafiose in Piemonte vinsero gli appalti per la costruzione della nuova autostrada e del traforo del Frejus verso la Francia (fatto confermato anche dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 362 del 2009).

Infine i dati del traffico (…). Nel 1997 si raggiunse il massimo dell’utilizzo della linea, circa dieci milioni di tonnellate di merci all’anno. Un flusso comunque inferiore alla portata massima, che è di 17, 5 tonnellate. Con il passare degli anni, contrariamente alle aspettative, l’utilizzo è costantemente diminuito, fino a raggiungere le attuali quattro milioni di tonnellate di merci. Osservando questi dati non ci sarebbe ragione per costruire una nuova ferrovia (…).

Cerchiamo però ora di capire le ragioni che spingono i favorevoli al Tav a non indietreggiare di un passo (…). Il Sì Tav considera l’opera una questione d’interesse nazionale (…). Servirà un bacino di 17 milioni di abitanti, un milione e mezzo di imprese, con un ipotetico volume d’affari di oltre dieci miliardi di euro. Porterà l’aumento dell’occupazione nella valle: gli stessi cantieri daranno lavoro direttamente a circa duemila persone e ad altre seimila come indotto attraverso subappalti, forniture e accoglienza. Pur in assenza di una legge che obblighi a spostare le merci da gomma a rotaia, almeno nei valichi alpini, la nuova infrastruttura trasporterà seicentomila tir ogni anno, spostandoli dalla strada alla ferrovia

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Lo Stato da una parte e i No Tav dall’altra: la solita vecchia storia che divide i cittadini in buoni e cattivi a seconda dei punti di vista, i moderni e gli antichi, chi vive per il futuro e chi pensa solo al passato (…). La mancanza di informazione attorno al Treno alta velocità mi ha spinto a scrivere questo libro. L’idea mi è venuta assistendo a due trasmissioni televisive: la prima “Servizio Pubblico” del primo marzo 2012. A confrontarsi sul Tav c’erano il segretario del Pd Bersani e quello della Fiom Landini. Due uomini che da sempre si battono per i diritti dei più deboli. In questo dibattito risultavano totalmente diversi tra loro. E “Ultima parola” del 2 marzo (…). Il programma parte con un servizio di fronte a Montecitorio, in cui la giornalista pone una semplice domanda ai parlamentari: “Che cos’è il Tav?”.

Scioccato dalle risposte, mi sono posto alcune domande che non hanno trovato spazio, se non in rete e su pochi quotidiani:
1) L’opera serve realmente o è diventata più un fatto di principio?
2) Qual è il rapporto tra costi e benefici?
3) È corretto investire nell’infrastruttura in un momento di profonda crisi economica mentre si taglia il sociale?
4) È solo la questione di una valle o riguarda tutti gli italiani?
5) È a rischio il patto sociale?
6) Si è tenuto conto del forte disagio che verrà procurato alla vita nella valle? Quale sarà la compensazione?
7) A causa della presenza dell’amianto nella rocciasi può garantire una reale protezione per chi lavora e per la popolazione?
8) Quante probabilità ci sono di poter realizzare l’opera contro la volontà dei valligiani? È meglio trovare un accordo o procedere lentamente sotto la scorta della polizia?
9) La Val di Susa non rischia di diventare un ghetto?
10) A chi è utile la macelleria informativa?