“Signora mi scusi, posso farle una domanda? Sono una giornalista”. Di fronte non c’è Audrey Hepburn e la risposta che arriva più o meno è: “Mi? Mi con ti non parlo. Siete la feccia, la feccia t’è capì”? Così ringhia un’erinni padana nel pomeriggio di un giorno da cani di via Bellerio. Ai “negher” e ai “terun” si aggiunge un’altra infima razza, quella dei giornalisti.
E l’insultato pensa: ma questi qui che odiano tutti e si sentono tanto migliori ce li hanno gli specchi a casa? Saranno pure sconvolti dal lutto e dal dolore per l’addio dell’Umberto da Gemonio, ma lo spettacolo che offrono è una piccola padania degli orrori: gente che sbraita, bestemmia, spinge. Del resto vanno in visibilio per i vaffanculo, il “foera di ball”, il celodurismo, il dito medio esibito come vessillo di forza.

Queste signore in verde non fanno che lanciare ingiurie assortite in lingue incomprensibili e masticare vistosamente gomme americane, mentre i maschi si aggiustano i pantaloni e gli attributi (sic). Hanno facce che sono caricature di rabbia, occhi macchiati di eye liner e cattiveria. Le donne, le donne che uno s’immagina più dolci, sono invece le più incazzate. Anzi inferocite: mentre gridano gli slogan d’ordinanza, fanno tintinnare improbabili gioielli di plastica verde e orecchini che pendono come lampadari. Sbavano per Bossi, lo venerano, piangono. E lo chiamano “il capo”, parola volgare e sinistra che fa pensare più alla malavita che alla politica.

Le Furie verdi radunate in via Bellerio sembrano fotocopie di Rosi Mauro, la pasionaria nera con un debole per i ragazzotti canterini e lo shopping universitario (a proposito: in questi giorni non si fa che parlare di lauree e diplomi comprati come fossero una maglietta. Ma da quando?). Lady Mauro è una tipa versatile: senatrice, sindacalista e badante a tempo perso, la vedi sbracciarsi dai comizi con le vene che escono dal collo. Come la compagna Gisella di “Don Camillo”, a cui il marito – esasperato dai soprusi coniugali – mette un sacco in testa e, nascosto dietro una siepe, dipinge le natiche di vernice rossa.
Non dev’essere facile per una signora muoversi nel magico mondo del Carroccio, tutto doppi sensi e metafore falliche: nel saggio “L’idiota in politica” la ricercatrice francese Lynda Dematteo racconta di quando il leghista Belotti, da lei intervistato, le chiese in prestito una “tetta per leccare il suo gelato”.

Per fortuna qualche spiraglio di luce c’è e arriva dal tubo catodico. Venerdì sera a Otto e mezzo Lilli Gruber ha invitato assieme alla nostra Antonella Mascali, il direttore di Tele Padania Aurora Lussana che senza urlare e minacciare nessuno ha spiegato l’imbarazzo in cui si trova il suo partito a causa dell’inchiesta che sta portando alla luce inaccettabili pratiche familistiche. Sottolineando che prima dei magistrati, gli eventuali responsabili di distrazioni e ruberie si devono preoccupare dei tanti militanti giustamente indignati.
Una ragazza normale, sveglia che dice con calma cose sensate: chissà che il Sole delle Alpi non illumini il partito delle Aurore, lasciando in ombra le mogli fattucchiere, le sguaiate agit prop e le badanti nere.

Il Fatto Quotidiano, 8 Aprile 2012