Vincenzo Chiodi è ineleggibile. Ma si candida. Al consiglio comunale di Isernia e di riflesso anche a una sicura sospensione. E’ un pregiudicato? No. Ha rubato del denaro? No. Mani in pasta da qualche parte? No. Sospetti sulla levatura morale? No. E’ solo che Vincenzo Chiodi è donVincenzo Chiodi, 78 anni, sacerdote, per 40 anni (e ora ex) parroco della cattedrale della seconda provincia del Molise.

La sospensione che rischia è quella “a divinis”, perché secondo il diritto canonico un religioso non può ricoprire cariche politiche. Così, dopo varie severe ammonizioni, il vescovo di Isernia e Venafro, Salvatore Visco, ora “si riserva di prendere gli opportuni provvedimenti previsti dal diritto”.

Le elezioni amministrative isernine saranno, per così dire, molto vivaci: in una città di 22mila abitanti si presenteranno al voto quasi 600 candidati (un candidato ogni 33 elettori), divisi in 20 liste che sostengono 7 aspiranti sindaci. I principali sono Rosa Iorio – sorella del presidente della Regione Michele, sostenuta dal centrodestra più l’Udc -, il principale avversario di quest’ultima, Ugo De Vivo – presidente dell’Ordine degli avvocati, al quale hanno dato il proprio appoggio tutti i partiti di centrosinistra fino alla Federazione della Sinistra – e Raffaele Mauro, candidato di Fli che ha ricevuto anche l’adesione della Destra.

Tra gli outsider c’è Giovanni Muccio, con lista civica e programma del “Guerriero Sannita”, movimento “regionale per la sicurezza e la giustizia sociale”. Si candidò già tre anni fa a sindaco di Campobasso, ma raccolse lo 0,9 per cento dei voti (295 voti) e non entrò neanche in consiglio.

Il capolista, da indipendente, del Guerriero Sannita è proprio don Vincenzo. L’ex parroco del duomo di Isernia, ora in pensione, a capo di un suo movimento (Comunità di Rifondazione cristiana), aveva chiarito d’altronde che si sarebbe dedicato ai suoi passatempi, una volta lasciata la guida del duomo: gli incontri spirituali, l’archeologia e la politica. Amatissimo dai cittadini e dai giovani, ha spiegato la sua scelta così: “La politica, come dice papa Benedetto XVI, è il servizio di carità più alto che il fratello rende al fratello. Non ho più una carica ‘istituzionale’, dunque mi posso dedicare anche alla politica”. Non mette solo se stesso in gioco, don Vincenzo, ma anche venti giovani sotto i 40 anni e 12 anziani “neofiti” della politica, inseriti in lista. “Ora chi fa politica lo fa per soldi, senza mai accontentarsi – è il suo ragionamento – Io, invece, voglio creare un movimento che risvegli le coscienze per fare del bene al prossimo. Oggi a Isernia c’è tanta povertà, i giovani sono senza lavoro. E io non punto a fare certamente il sindaco, ma voglio cercare di fare quello che ho sempre fatto: spendermi per loro, aiutare chi è veramente in difficoltà”. Ma la diocesi di Isernia non sente ragioni.

Difficile chiudere un occhio, nonostante gli oltre 140 anni passati dal “Non expedit” con il quale Pio IX “vietò” ai cattolici di partecipare alle elezioni italiane. Un documento che papa Mastai Ferretti utilizzò come ritorsione al “minaccioso” liberalismo alla Cavour, ma anche per mettere le mani avanti in difesa del potere temporale dello Stato pontificio. Tale portata ebbe quel “Non conviene” che la storia finì – solo due anni dopo – con la Breccia di Porta Pia.

Certo, oggigiorno – al netto delle severe dichiarazioni del vescovo di Isernia – la sospensione viene revocata di norma al termine del mandato politico. D’altro canto don Vincenzo sarebbe in buona compagnia: dal “socialista” don Baget Bozzo allo “scissionista” Lefevbre fino al vescovo diventato presidente del Paraguay.

Tutti conoscono don Gianni Baget Bozzo, sospeso nel 1985 da papa Giovanni Paolo II perché fu eletto europarlamentare nel Psi (era tifosissimo di Craxi). La sanzione decadde nel 1994, al termine del secondo mandato del sacerdote, che fu poi fondatore e sostenitore di Forza Italia, ammiratore di Silvio Berlusconi a tal punto che lo definì “il vero leader morale dei cattolici”.

E’ più recente, al contrario, la vicenda di Fernando Armindo Lugo Mèndez. Vescovo di San Pedro Apóstol, in Paraguay, già vicino all’ambiente della teologia della liberazione, nel 2006 Lugo chiese al Vaticano la dimissione dallo stato clericale per coltivare la sua voglia di far qualcosa per il suo Paese, in particolare sotto il profilo delle disuguaglianze sociali. La congregazione per i vescovi rifiutò e lo sospese. Lugo nel 2008 diventò presidente della Repubblica paraguaiana e pochi mesi dopo è stato finalmente dimesso dallo stato clericale.

In questi casi, insomma, le gerarchie ecclesiastiche si sono sempre dimostrate inflessibili e così la diocesi di Isernia e Venafro. Non c’è santo che tenga, si potrebbe dire: il direttore dell’Ufficio delle comunicazioni sociali, don Paolo Scarabeo, in una nota ha parlato di “disagio” e “perplessità dei fedeli” per la candidatura del prete di 78 anni. Così il vescovo Visco, “preso atto della decisione del suddetto sacerdote, nonostante l’ammonizione già trasmessagli, lo invita nuovamente a ritirarsi dalla competizione politica”.

Ma il pensiero di don Vincenzo sembra toccare nel vivo la questione dei rapporti in Italia tra Chiesa cattolica e politica: “Non possiamo stare solo a guardare i politici e criticarli, vediamo se siamo capaci noi, in prima persona, di fare una politica pulita, a sostegno dei giovani, che per me sono migliori degli adulti perché meno approfittatori”. Così all’ex parroco della cattedrale non fa troppo spavento la minaccia di provvedimenti punitivi della Curia che quasi ogni giorno ormai gli sta intimando a ritirare la candidatura. La sospensione a divinis vieta di amministrare i sacramenti e quindi anche dire messa e confessare. “Ma io parlo con il Signore – risponde don Chiodi – e mi dice che sto facendo la cosa giusta”. Resta da capire se lo pensano anche gli elettori di Isernia.

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