Sulla copertina del “Time”, agosto 2010, c’è Aisha. Tracce di paura negli occhi neri e capelli, meravigliosi, ugualmente corvini. Ha 18 anni, è afghana: mostra con dignità il volto sfigurato senza naso. La chioma copre le orecchie, che non ci sono più. Questo regalino glielo ha fatto il marito, talebano, come contromisura per aver tentato di sfuggire alle sue violenze. Conosciamo questa storia perché Aisha ha convinto il padre a portarla alla base statunitense, dove ha ricevuto le prime cure. Gul Guncha ha ucciso il marito che aveva violentato la figlia di sette anni, ne aveva venduta un’altra di due anni e mezzo e voleva disfarsi di una terza. È in prigione, aspettando la grazia per una sentenza che ne stabilisce la morte. Non si è mai pentita. Nilofar ha chiesto aiuto alla giustizia: ha mostrato le ferite inflittele dal marito con un cacciavite. Il procuratore, visto che non erano “mortali”, ha disposto l’arresto per adulterio (aveva detto di aver invitato un uomo a casa). Sabereh, 18 anni, è stata accusata dal padre di aver avuto rapporti sessuali. Lei ha negato, è in carcere dove è stata visitata ed è risultata vergine.

Qualche giorno fa l’associazione Human Rights Watch ha riportato l’attenzione sul dramma delle donne afghane, spiegando che oltre 400 di loro sono oggi detenute per crimini contro la morale. Quali sono questi reati? Fuggire di casa quando vengono picchiate o stuprate dal marito, avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio o essere accusate di adulterio. Cos’è l’adulterio? Il rapporto sessuale tra persone non sposate. Pena: dai 5 ai 15 anni di carcere. Dal 2009 esiste una legge che punisce la violenza sulle donne. Come si vede è lettera pressoché morta. Il presidente afghano Karzai ha graziato molte donne – erano 565, secondo l’Onu, nel 2010 – imprigionate per crimini contro la moralità. Però ha recentemente sottoscritto un editto del Consiglio degli Ulema (i dotti islamici, la più importante autorità religiosa del Paese) di questo tenore: le donne non dovrebbero “mischiarsi a uomini estranei in attività di carattere sociale come l’istruzione, nei mercati, negli uffici e in altri aspetti della vita”. Poi sancisce che “molestare e picchiare le donne” è vietato “a meno che non avvenga per un motivo legato alla sharia”. Sulla cui “interpretazione” ci sono molti margini.

Sul blog “la 27 esima ora” del Corriere. it si legge la lettera di Fariha Khorsand, una giovane giornalista di Herat, dove si spiega che la comunità internazionale s’interroga sul futuro delle donne in Afghanistan più che per qualsiasi altro paese al mondo. Questo accade perché gli osservatori stranieri sono “sconvolti da quanto hanno visto riguardo la condizione delle donne, che vivono tagliate fuori da ogni contatto con il mondo esterno”. Fariha racconta anche una storia di rinascita. La lotta delle afghane per l’emancipazione sta dando buoni frutti, grazie a una consapevolezza crescente: oggi oltre 4 milioni di ragazze frequentano le scuole e gli istituti di istruzione superiore. Nel pubblico impiego, il 17 per cento è donna, il 25 per cento dei seggi in Parlamento è occupato da donne. Eppure non basta, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale deve restare alta. Più di duemila donne l’anno si suicidano in Afghanistan (stime del 2010). Scrive Michele Taruffo nell’introduzione a “La giustizia e le ingiustizie” di Federico Stella: “il male, una volta inferto, non ha soluzione”. Le risposte sono fallaci, la vendetta “reagendo al male con il male, non fa che aumentare il male complessivo”. Di fronte a questa sofferenza – collettiva, ingiusta e ingiustificabile – non si può che provare il dolore della rabbia.

Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2012