Matrimonio d’interesse per far nascere la seconda compagnia assicuratrice italiana? Quello tra Unipol e il gruppo Premafin Fondiaria-Sai della famiglia Ligresti si sta rivelando, piuttosto, un rapporto incestuoso a tutto danno della compagnia bolognese, che a distanza di sette anni dalla scalata alla Bnl sembra ricadere in errori grossolani che potrebbero vanificare il progetto.

La Consob, che aveva già ricondotto al Ligresti la proprietà del 20 per cento delle azioni Premafin ai due trust The Heritage Trust ed Ever Green Security Trust, mai resa nota, ha acceso anche un faro sugli accordi tra la compagnia bolognese del mondo Coop e la famiglia di origini siciliane. Un patto, datato 29 gennaio, dal quale emerge che agli amministratori di Premafin che si dimetteranno anticipatamente, come previsto dall’intesa per il passaggio della proprietà, siano corrisposti gli emolumenti che avrebbero avuto diritto di percepire fino alla naturale scadenza del mandato, prevista con l’approvazione del bilancio 2012. In altri termini si tratta del pagamento di circa un’annualità di stipendio agli amministratori di Premafin, tra cui la presidente Giulia Ligresti, che lo scorso anno aveva percepito come emolumenti per la sola carica in Premafin 2,12 milioni di euro. Il tutto indipendentemente dalla permanenza in carica.

Com’è stato possibile che i vertici di Unipol abbiano accettato un simile accordo – non reso pubblico per giunta – dato che figuravano anche come i cavalieri bianchi della situazione? Giova ricordare che l’attuale amministratore delegato della società bolognese, Carlo Cimbri, è stato già condannato in primo grado per la tentata scalata alla Bnl a 3 anni e 7 mesi di reclusione, un milione di euro multa e all’interdizione dalla professione e dagli uffici direttivi delle società per due anni, tra le altre cose. Una condanna alla quale Cimbri si è appellato e che è in attesa di sentenza.

Ma c’è di più nell’accordo reso noto: anche alcuni dirigenti di Fondiaria-Sai, di cui non sono noti i nomi, non sarebbero usciti in ogni caso a mani vuote dalla compagnia. Il loro rapporto con Fonsai prevede infatti delle indennità di fine mandato che ammontano complessivamente a circa 7,1 milioni di euro nel caso in cui la cessazione del rapporto di lavoro avvenga su iniziativa dell’impresa e a 5,4 milioni se la cessazione avvenga su iniziativa del dirigente. Ad un amministratore è inoltre assicurato un vitalizio di 129 mila euro all’anno, da indicizzare al cambio euro-franco svizzero. Cifre enormi che non trovano assoluta giustificazione nelle condizioni economiche nelle quali versa la società, che ha chiuso il 2011 con un miliardo abbondante di perdite.

Quali possono essere questi “fortunati” dirigenti? I vertici apicali della società, a livello dirigenziale, sono rappresentati dai direttori generali Emanuele Erbetta (anche amministratore delegato) e Piergiorgio Peluso, che si è insediato solo a giugno del 2011 in quota Unicredit dopo che la banca aveva convertito parte dei crediti in azioni della società (6 per cento circa) per evitare il dissesto finanziario. Sono quindi Erbetta e Peluso, figlio dell’attuale ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, i destinatari del maxi bonus descritti nell’accordo? Al momento non se ne sa di più, ma nel caso si trattasse di Peluso ciò potrebbe volter dire che anche Unicredit fosse pienamente a conoscenza di queste clausole avvelenate.

Il documento ha fatto inoltre luce sulla reale esposizione bancaria del gruppo Premafin-Fondiaria Sai, che ammonta a ben 2,1 miliardi di euro. Una cifra enorme, sulla quale sta indagando anche la procura di Milano, che si avvicina ai 2,5 miliardi di euro se si includono nel computo anche gli oltre 300 milioni di euro di debiti di Sinergia e Imco, le holding “private” dei Ligresti, a monte della catena di controllo di Fonsai.  Le banche coinvolte sono Mediobanca, creditrice per un 1,1 miliardi di euro e autentico dominus dell’operazione tra i due gruppi e anch’essa potenzialmente a conoscenza di questo patto, Unicredit, Banco Popolare, IntesaSanapaolo, Popolare di Milano: insomma tutto il gotha bancario italiano. Questa è l’esposizione che Unipol si dovrebbe sobbarcare in caso di fusione, pesando sui suoi ignari, fino ad oggi, piccoli azionisti.

Il riassetto, tenendo conto anche dell’offerta concorrente di Sator Palladio, si fa veramente incerto.