La Siria accetta il piano di mediazione proposto dall’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, oggi inviato speciale delle Nazioni Unite e della Lega Araba. La notizia arriva direttamente dal portavoce di Annan, Ahmad Fawzi: «Il governo siriano ha scritto all’inviato speciale accettando il piano in sei punti appoggiato dal Consiglio di sicurezza – ha detto Fawzi in un comunicato – Annan considera questa disponibilità un primo passo importante che potrebbe portare alla fine della violenza e dello spargimento di sangue, a fornire soccorso a chi soffre e a creare un ambiente in grado di condurre a un dialogo capace di portare a una soluzione che rispetti le aspirazioni dei popolo siriano».

Annan, che si trova a Pechino per l’ultimo tratto di un tour de force diplomatico che lo ha portato a Mosca domenica, ha subito scritto al presidente siriano Bashar al-Assad, chiedendo di «rendere effettivi immediatamente gli impegni assunti».

La missione di Annan era iniziata alcuni giorni fa, dopo l’avallo del Consiglio di sicurezza e della Lega Araba e lo ha portato in tutte le principali capitali dei paesi coinvolti nella crisi siriana, dalla Turchia alla Cina. Il piano prevede, tra le altre cose, il cessate il fuoco immediato, la liberazione dei prigionieri, l’accesso per giornalisti e operatori umanitari alle zone colpite dalla repressione che in un anno ha causato oltre 8 mila morti, la libertà di manifestare. I gruppi delle opposizioni riuniti nel Consiglio nazionale siriano avevano criticato la missione di Annan, considerandola solo un modo per consentire al regime di guadagnare altro tempo. Ma se le promesse saranno mantenute – non sarebbe la prima volta che Assad non rispetta gli impegni – il quadro potrebbe rapidamente cambiare. Tanto che, annunciando il vertice della Lega Araba in programma giovedì a Baghdad, il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zibari, ha spiegato che la Lega non intende chiedere le dimissioni di Assad, ma appoggerà un «cambiamento pacifico del regime in Siria».

La scelta di tempo della risposta siriana non può non far pensare che sia stata proprio la missione di Annan a sbloccare la situazione. Domenica a Mosca il messaggio del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov era stato chiaro: «Il piano di Annan è l’ultima occasione per Assad». I dubbi russi, comunque, sono stati ripetuti da Dimitri Medvedev, ancora presidente fino a quando Vladimir Putin non assumerà formalmente l’incarico. A margine del vertice mondiale sulla sicurezza nucleare, secondo l’agenzia Interfax, Medvedev ha detto che le eventuali dimissioni di Assad «non fermeranno gli scontri nella repubblica mediorientale».

E gli scontri, infatti, sono andati avanti anche oggi. Anzi, stamattina c’è stato quello che sembra uno sconfinamento di truppe siriane in Libano, nella zona di Mashaaria al-Qaa, al confine nord-orientale del Paese dei cedri. I resoconti sono ancora confusi. Secondo l’agenzia Reuters, truppe siriane – forse una cinquantina di soldati – sono entrati in territorio libanese e hanno distrutto alcune fattorie a ridosso del confine. Secondo l’Ap, invece, non ci sono stati sconfinamenti ma le truppe siriane hanno sparato contro obiettivi in territorio libanese, come avvenuto già qualche giorno fa, quando l’artiglieria di Damasco ha colpito nella zona di Wadi Khaled, una di quelle dove sono concentrati alcune centinaia dei circa 15 mila profughi siriani in Libano. Lo sconfinamento è stato poi confermato da testimoni locali, citati da al Arabiya, che hanno parlato di alcune decine di soldati entrati in territorio libanese per alcune centinaia di metri per distruggere delle case.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani almeno 13 persone sono morte oggi nei combattimenti tra forze fedeli a Bashar al-Assad e insorti: i civili uccisi sarebbero 7, uno dei quali falciato dal fuoco incrociato a Qusayr, vicino alla frontiera con il Libano, dove in giornata truppe lealiste sarebbero sconfinate per inseguire i ribelli. Secondo fonti della sicurezza libanese una casa, ritenuta un covo dei rivoltosi, è stata bombardata con l’artiglieria pesante e i mortai, ma sarebbero state colpite anche altre abitazioni, costringendo la popolazione alla fuga.

La ragione di queste incursioni l’ha spiegata l’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar Jafaari, presentando una protesta formale del suo governo. Secondo Damasco i «gruppi terroristici» attivi in Siria contro il regime ricevono armi dal Libano, armi «fornite da certe forze politiche libanesi collegate a gruppi terroristici armati e finanziati dall’estero». Secondo Jafaari, anche la vicenda dei «cosiddetti rifugiati siriani in Libano è largamente inventata» e le truppe siriane non farebbero altro che bloccare i rifornimenti di armi ai «gruppi terroristici» che per Damasco sono gli unici responsabili di un anno di proteste contro il regime.

In attesa di vedere se la decisione siriana di accettare il piano di Annan si trasforma rapidamente in “novità” positive sul campo, gli occhi della diplomazia si concentrano su Istanbul, dove domenica si aprirà il secondo incontro internazionale degli «Amici della Siria» sponsorizzato dal governo di Ankara. Come alcune settimane fa a Tunisi, ci saranno sia i rappresentanti di molti governi occidentali ed arabi, sia quelli delle opposizioni siriane, che dovranno rapidamente ridefinire la propria strategia in vista dell’apertura di un possibile dialogo con un regime finora sordo a ogni pressione internazionale e a ogni appello.

di Joseph Zarlingo