Il sindaco di Verona Flavio Tosi

Pochi conoscono e lubrificano come lui la macchina del consenso elettorale. Un caterpillar. Che dopo aver divorato il suo partito, almeno a livello locale, si sta pappando ora, corrente dopo corrente, anche metà dell’ex alleato Pdl.

Flavio Tosi, l’ex enfant prodige della Lega, sindaco di una Verona diventata modello politico da esportare per i “maroniti”, con ingordigia sta facendo a pezzi un partito berlusconiano in preda al panico. Angelino Alfano anche oggi coltiva umori neri e indossa i panni del dirigente decisionista, confermando la decisione di sospendere i 14 amministratori iscritti al Pdl veronese per il loro appoggio al candidato sindaco leghista. Anche se un po’ democristianamente, il segretario pidiellino precisa subito che «eventuali sanzioni» sono compito del collegio dei probiviri del partito. «Non mettiamo il carro davanti ai buoi», ha risposto a chi gli chiedeva della necessità o meno di un incontro con Bossi sul tema.

Una scelta, quella dell’ex ministro della giustizia, che comunque agita le acque nel partito scaligero. Molti tra gli “eretici” rimasti a sostenere Tosi sono gli stessi che nel recente congresso provinciale del Pdl hanno sostenuto e fatto eleggere l’attuale segretario Davide Bendinelli. Sono gli stessi che hanno fatto nascere “Forza Verona”, lista civica agganciata all’attuale sindaco, con lo scopo di «recuperare lo spirito originario di Forza Italia». Il vicesindaco Vito Giacino, forzista della prima ora e promotore della lista, ci tiene a ribadire: «Fa pensare che con tutte le persone strane che ci sono nel partito, abbiano deciso di sospendere chi ha per faro la coerenza nella vita politica».

Per loro gli “eretici” sono i maggiorenti del partito. Quelli che hanno tradito l’alleanza. Chi s’è affrettato a investire della candidatura a sindaco per il centrodestra l’avvocato Luigi Castelletti, prelevandolo dal forziere del cda di Unicredit per poi paracadutarlo in una competizione dove si trova, obiettivamente, in forte difficoltà. L’ex presidente della Fiera di Verona, già possibile candidato berlusconiano cinque anni fa, s’è subito smarcato, dicendo che in fondo lui è il Monti di Verona. Il tecnico. Il vero leader della nuova possibile alleanza che sorgerà dalle ceneri della seconda repubblica, visto che a sostenerlo, oltre al Pdl, ci sono anche Udc e Fli. Parto quasi unico in Italia con finiani e berlusconiani a braccetto nello sponsorizzare lo stesso candidato.

Terzo polo, tuttavia, che perde pezzetti un po’ qua e un po’ là. L’Api di Rutelli, per esempio, conta come il due di picche a Verona. Ma i suoi dirigenti hanno deciso di sostenere Tosi. La stessa destra sociale, ex An, quella che a livello nazionale ha come punto di riferimento Alemanno, ha scelto di seguire il candidato leghista, così prodigo di prebende politiche per loro nei cinque anni di governo a Palazzo Barbieri.

E Tosi, seduto su sette comodi guanciali (tante sono le liste che lo dovrebbero sostenere), ammira il progetto coltivato da tempo: governare senza dover rispondere a nessuno. Neppure a Bossi. Che ha dovuto, per l’ennesima volta, ingoiare il rospo messogli sul piatto da questo politico dal moto perpetuo che ha sempre evitato con astuzia di venir seppellito politicamente dagli anatemi del capo. Il sindaco uscente nega con forza di aver barattato il via libera alle liste civiche con la rinuncia alla corsa alla segreteria regionale del partito: «Le elezioni di Verona non c’entrano nulla con i congressi della Lega. Sono due piani distinti. E non c’è stata quindi nessuna contropartita».

L’ottimismo tosiano non è sfregiato neppure dai sondaggi che confermano come non sarà una passeggiata neppure per lui il voto del 6-7 maggio. Le varie ricerche, al momento, lo danno tra il 46 e il 48%. Non vincere al primo turno rappresenterebbe uno smacco d’immagine per lui e un problema al ballottaggio. Il centrosinistra candida l’ex presidente veneto di Legambiente Michele Bertucco, uno che suscita scarso entusiasmo tra i suoi. Tanto che si racconta di alcuni centristi del Pd che stanno già lavorando sottotraccia per un accordo con Castelletti. Movimenti trasversali che smottano tanto il centro destra quanto il centro sinistra. E confermano come Verona sia da sempre un laboratorio politico fecondo.

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