Siamo rimasti ammutoliti dal dolore, mia moglie Anna ed io, quando aprendo internet abbiamo letto che era morto Antonio Tabucchi. “Il mio mal di schiena si è rifatto vivo” era stato il massimo di lamento per la sua salute, anche in tempi recenti. Dovrei scrivere un articolo per ricordare Antonio, ma non me la sento. So che il mio dolore è quasi niente rispetto a quello di sua moglie Maria José “Zé”, ma è comunque un dolore che mi paralizza: dalla rabbia. In un istante, dopo aver saputo della morte di Antonio, mi sono passati alla mente in rapidissima successione i nomi e le facce di almeno una dozzina di figuri che Antonio lo hanno insultato in ogni modo, solo perché sono dei vermi e lui una persona specchiata, dei finti democratici e lui un democratico vero e coerente, e che continueranno ad ammorbare questo paese mentre Antonio non ci sarà più.

Chi vi racconta che il dolore debba mescolarsi solo con buoni sentimenti mente. Antonio era un grande scrittore sulla scena mondiale, uno dei pochissimi nomi di artisti italiani che all’estero vengono riconosciuti. Era anche uno degli ultimi intellettuali pubblici del nostro paese, i cui appelli e le cui firme significavano attenzione e ascolto in tutto il mondo. Perché per Antonio essere un artista ed essere un cittadino non erano mondi separabili. E per essere cittadino ha criticato senza perifrasi anche i presidenti della Repubblica, quando se lo meritavano (mentre il coro dei benpensanti si stracciava ovviamente le vesti). Di MicroMega Antonio era amico fin dalla nascita, ci siamo conosciuti proprio perché, durante i due anni in cui fu direttore dell’istituto di cultura italiano a Lisbona, volle organizzare in quella sede una presentazione della rivista: credo fosse il 1987, MicroMega aveva un anno di vita.

Forse riuscirò a scriverne un’altra volta. Spero che nessuno dei tanti che nell’establishment lo detestavano e lo hanno insultato abbia l’impudenza di ricordarlo.