Il 24 marzo del 1976 è calata la notte sull’Argentina ed è iniziato il genocidio.

Coi preti che benedicono il macello e i generali con gli occhiali scuri seduti in tribuna d’onore allo stadio di Buenos Aires. I soldati che perquisiscono la gente per la strada e le madri che girano intorno alla grande piazza, sotto gli ombrelli fradici d’acqua.

Con le parate di carri armati, le foto degli scomparsi, le grida delle donne. Terrorismo di Stato. Trecentoquaranta centri clandestini di detenzione, i sequestri, i fucili a canne mozze piantati nei denti dei passanti, le porte sfondate delle abitazioni, gli studenti contro il muro, le ragazze trascinate sulle camionette. Trentamila desaparecisos. Donde estan?

Bimbi separati da madri, mogli separate da mariti, compagne separate da compagni. Sequestri che seguono sempre le stesse modalità. Arresti sui posti di lavoro, per strada in pieno giorno. Le volanti della polizia, presenti ad ogni incrocio, non vedono mai niente. Sequestri notturni, commandos che entrano nelle case, terrorizzano e imbavagliano, obbligano i bambini ad assistere alle percosse e all’umiliazione. Vittime incappucciate, trascinate fino alle macchine, mentre il resto del gruppo ruba tutto quello che può, distrugge quello che non può portarsi via, picchia e minaccia il resto della famiglia.

Una popolazione terrorizzata. Le persone scompaiono, nessuno vede nulla. Metodo indiscriminato, metodo criminale. Sequestro e tortura degli oppositori e dei loro famigliari, amici, colleghi di lavoro e di un numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale.

Basta molto poco per essere considerato sospetto. Un equivoco, un’esitazione, la paura. Passano i giorni, i mesi, gli anni, senza avere mai nessuna notizia, trovando sempre risposte negative. Nessuno pare sappia niente dei sequestrati. Sono scomparsi, semplicemente.

Un solo credo nelle stanze dei generali: salvare la Nazione dal terrorismo, dalla sovversione e dal caos comunista che minacciano l’Argentina e l’Occidente cristiano. E così Buenos Aires diventa un luogo di santi e martiri dell’ordine e dell’orrore. Buenos Aires capitale della morte, dove le madri e i padri vengono gettati sui sedili posteriori delle Ford Falcon senza targa degli squadroni della morte e rinchiusi in lerci centri di tortura e deprivazione. Buenos Aires, dove i bimbi vedono la luce negli stessi luoghi bui in cui i genitori vengono torturati, uccisi e fatti sparire per sempre.

Strumenti benedetti vengono utilizzati per mantenere l’ordine e la disciplina: la mitica picana elettrica, un autotrasformatore reperibile in un qualsiasi negozio di materiale elettrico, in cui entrano i pochi volt della batteria e dall’altra parte ne escono quindicimila. Gli elettrodi sulla punta bruciano la pelle e la carne. Vagine, testicoli, peni, seni, gengive, occhi.

E non c’è solo la popolare picana ad allietare la voglia di rabbia e odio dei macellai di Stato. Si possono causare ustioni alle ferite tramite sigarette oppure con piccoli lanciafiamme, si possono rompere ossa del corpo, ferire i piedi con spille o oggetti appuntiti. Pestare a sangue le vittime con sacchetti di sabbia, immergere i visi negli escrementi fino al soffocamento, appendere a testa in giù i torturati per un tempo indefinito, stuprare e mutilare le ragazze e le donne, bendare le vittime per parecchi mesi senza fargli sapere nulla della loro sorte.

Ricordiamoceli i nomi dei boia, dei militari che coscienziosamente hanno violentato la propria terra dopo aver appassionatamente imparato le tecniche di tortura nelle scuole statunitensi. I nomi dei primattori della Giunta militare: Viola, Massera, Galtieri, Agosti, il Generale Jorge Rafael Videla. Carnefici, mandanti, feccia. Ricordiamocelo, non dimentichiamo. Mai.

Liberamente tratto da “Un tango per Victor“, di Lorenzo Mazzoni