Che cosa c’entra una vendita immobiliare del 2012 con la trattativa Stato-mafia degli anni novanta? L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e affidata ai suoi sostituti Antonino Di Matteo, Paolo Guido e Lia Sava, approda sul lago di Como seguendo le tracce di Marcello Dell’Utri. Il senatore del Pdl, dopo il processo per concorso esterno in associazione mafiosa è indagato nuovamente a Palermo da più di un anno per un reato insolito: minaccia a corpo politico dello Stato. È l’inchiesta bis sulla trattativa Stato-mafia, che segue il processo contro l’ex generale del Ros Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno.

L’ipotesi della Procura di Palermo è che dopo la prima trattativa del 1992, nella quale il Ros sceglie come interlocutore Vito Ciancimino, ci sarebbe stata una seconda fase della strategia di aggancio di Cosa nostra alla politica, nella quale avrebbe giocato un ruolo chiave proprio Marcello Dell’Utri. L’inchiesta cerca di illuminare la fase che precede la discesa in campo di Silvio Berlusconi. L’ipotesi investigativa, tutta da dimostrare, prende lo spunto iniziale dai verbali di Massimo Ciancimino, arrestato e condannato per il riciclaggio del tesoro del padre e poi riarrestato lo scorso anno per calunnia contro il capo del Dis Gianni De Gennaro e indagato per detenzione di esplosivo e concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo la testimonianza di Ciancimino Jr, che deve essere riscontrata, il ruolo rivestito dal padre durante la fine della prima repubblica sarebbe stato poi ricoperto da Dell’Utri nel travaglio della seconda repubblica. Anche se i giudici (prima la Corte di Appello del processo Dell’Utri e poi il gip di Caltanissetta che si occupa delle stragi, Alessandra Giunta) hanno ritenuto le accuse di Ciancimino Jr sul punto non riscontrate e poco affidabili per la loro progressione acccusatoria, l’indagine è andata avanti e si arricchita di altri elementi. Anche il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, considerato attendibile su altre vicende dai giudici siciliani, ha fatto il nome di Dell’Utri. Secondo Spatuzza, nel gennaio del 1994 il boss Giuseppe Graviano, per motivarlo ad andare avanti con la strategia stragista gli disse al bar Doney di Roma: “Abbiamo il paese nelle mani”.

L’obiettivo di Graviano e dei suoi capi, Riina e Bagarella, era piegare lo Stato alle richieste di Cosa Nostra sulla legislazione antimafia. Senza entrare nel dettaglio – secondo Spatuzza – Graviano disse: “Abbiamo ottenuto tutto” grazie anche a “Berlusconi e al compaesano Dell’Utri”. Sempre alla fine del 1993, secondo il racconto del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, Vittorio Mangano fu spedito a parlare con Dell’Utri, dopo le bombe del 1993 di Milano e Firenze e Roma. In quel periodo, secondo Gaspare Spatuzza, anche i fratelli Graviano avevano contatti su Milano ed effettivamente furono arrestati poprio a due passi dal Duomo nel gennaio del 1994 insieme a un favoreggiatore che aveva un figlio che voleva fare un provino al Milan, grazie alla raccomandazione di un amico di Dell’Utri. Proprio il giorno prima dell’arresto, Silvio Berlusconi annuncia la sua discesa in campo con Forza Italia, coordinata da Dell’Utri.

Passano 18 anni e i destini dei due amici sembrano potersi dividere per sempre: mentre Berlusconi ha risolto tutti i suoi guai, il 9 marzo 2012 Dell’Utri rischia la galera. Il giorno prima l’amico si ricorda di lui e stacca un assegno di 21 milioni per la sua villa. I magistrati vogliono capire se la molla che ha spinto il Cavaliere sia solo l’amore per il lago.

di Marco Lillo e Davide Vecchi

da Il Fatto Quotidiano del 24 marzo 2012