Mitt Romney in un comizio a Chicago

Mitt Romney conquista l’Illinois. E’ una vittoria larga, convincente, quella dell’ex governatore del Massachusetts, che ottiene 46 per cento dei consensi, contro il 35 per cento del suo rivale più accreditato, Rick Santorum (Ron Paul e Newt Gingrich, anche in questa occasione, sono distanti terzo e quarto: Paul con il 9 per cento dei voti, Gingrich con l’8 per cento). Il risultato permette a Romney di incassare buona parte dei 54 delegati in palio, aumentando il suo bottino e lanciandosi in modo deciso verso la conquista dei 1144 delegati che assicurano la nomination repubblicana. La vittoria in Illinois, uno Stato che ha spesso determinato trend più larghi, di valore nazionale, ha comunque un’importanza che va al di là dei numeri, e che dà a Romney una spinta soprattutto politica.

Time to close“, è il titolo della mail che il team dell’’x-governatore ha inviato a migliaia di sostenitori, non appena i primi exit polls hanno offerto numeri e dimensioni della vittoria. E che sia “tempo di chiudere la partita”, e guardare al futuro, alla battaglia con Barack Obama, Romney l’ha ripetuto a centinaia di sostenitori che si sono riuniti nel suo quartier generale di Schaumburh, Illinois. “Centinaia di migliaia di persone si sono aggiunte ad altri milioni di persone in tutto il Paese, e si sono unite alla nostra causa – ha detto Romney – Sappiamo che il nostro futuro sarà più luminoso di questi tempi così difficili. Noi crediamo nell’America, e meritiamo un presidente che creda in noi”.

Ancora una volta il candidato dell’establishment repubblicano e dei moderati del partito cerca dunque di dare il senso dell’ “inevitabilità” della propria candidatura, di un’onda politica che porta “naturalmente” verso la sua sfida a Barack Obama. La vittoria in Illinois appare particolarmente importante, per lui, perché dimostra che Romney riesce a vincere con ampi margini anche al di fuori degli Stati del Nord-est, culla tradizionale della sua esperienza politica. Una prima analisi del voto di ieri mostra che Romney ha potuto godere in Illinois di condizioni particolarmente favorevoli. Il 37 per cento di chi si è recato alle urne ha detto di considerare l’eleggibilità, la capacità di sconfiggere Obama nelle elezioni generali, la qualità più importante di un candidato. Secondo le prime indicazioni, Romney ha anche ottenuto il voto della maggioranza dei membri dei Tea Parties: un fatto politicamente importante, che mostra che il suo messaggio politico comincia a far presa anche sui settori più conservatori del partito, tradizionalmente freddi nei suoi confronti.

Nella “Land of Lincoln” (il soprannome dell’Illinois), Romney ha comunque soprattutto contato su un elettorato repubblicano centrista, interessato ai temi dell’economia, della finanza pubblica, poco propenso a subire il fascino dell’infuocato conservatorismo religioso di Santorum. Di più, proprio in Illinois, per non correre il rischio di pericolosi testa a testa con Santorum, Romney ha dispiegato l’enorme forza economica della sua campagna. L’ex-governatore, di tasca propria e con i soldi usciti dalle casse di “Restore Our Future“, il SuperPAC che l’appoggia, ha speso 3,7 milioni di dollari in spot elettorali. Santorum ne ha investiti 532 mila. Nel solo mercato di Chicago (una città dove la pubblicità televisiva è particolarmente costosa), Romney ha sopravanzato Santorum di ben 2 milioni di dollari. Di fronte alle proteste degli avversari, che da mesi protestano contro l’eccessivo fiume di denaro fatto affluire nella sfida, è arrivata pronta la risposta della portavoce di Romney, Andrea Saul: “Sono accuse ridicole. I finanziamenti sono parte della campagna elettorale. Sarebbe come se una squadra di basket protestasse perché i giocatori della squadra avversaria sono troppo alti”.

Il circo delle primarie repubblicane torna a questo punto nel Sud, in Louisiana, lo Stato che voterà sabato e dove, com’è accaduto la settimana scorsa in Mississippi e in Alabama, Santorum è favorito. Il candidato dei conservatori appare però a questo punto particolarmente indebolito. E’ indebolito politicamente, perché non riesce a sfondare in settori fondamentali dell’elettorato repubblicano, i più moderati e centristi. E’ indebolito finanziariamente (a fine febbraio, aveva in banca 2,6 milioni di dollari, contro i 7,4 milioni del suo avversario). E’ indebolito da una serie di gaffes, come quella di due giorni fa, quando a un comizio in Illinois ha spiegato di “non essere interessato alla crescita del tasso di disoccupazione”. Quello che Santorum voleva dire, hanno spiegato i suoi a fine comizio, è che la sua campagna “non si basa su motivazioni puramente economiche, ha una spinta – ideale, di fede e valori – che va al di là dei numeri”. Ma la ‘frittata’ era ormai fatta. E’ bastato qualche minuto perché Romney spiegasse che “invece a me, la disoccupazione interessa”.

Ma Santorum appare indebolito soprattutto nei numeri. Un calcolo ancora parziale dei delegati, dopo le primarie in Illinois, mostra che Romney può contare su 522 delegati, contro i 253 di Santorum (Gingrich ne ha 135, Paul circa 50). Per raggiungere Romney, e insediare la sua leadership, Santorum dovrebbe vincere quasi tutte le sfide che mancano da qui a giugno, e dovrebbe farlo con ampi margini. Un fatto che ha pochissime probabilità di realizzarsi. Ieri il principale consulente di Santorum, John Yob, nel disperato tentativo di mostrare che i numeri non sono così negativi, ha spiegato che Santorum “sta andando molto bene in Iowa e Missouri, che hanno già organizzato i propri caucuses ma che stanno ancora attribuendo i delegati a livello locale”. La risposta del team di Romney è arrivata subito. Glaciale ed ironica. “Sapevamo che Santorum è un peso piuma in economia. Ma i suoi problemi, con i numeri, sono peggiori di quanto pensassimo”.

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