“La mente dà il massimo quando sei paranoico. Esplori ogni strada e ogni possibilità con grande rapidità e totale chiarezza. Le opere di artisti non paranoici, gente che non lavora al pieno delle sue capacità, non mi interessano”. Così Banksy, il più celebre esponente della Street Art, si esprime riguardo all’arte contemporanea. Una definizione che mi è venuta in mente quando ho ascoltato per la prima volta il disco dell’artista che oggi andiamo a conoscere. Il suo nome d’arte è Paolo Zanardi (cognome preso in prestito da uno dei personaggi partoriti dalla mente del grande Paz), e basta leggere la sua autobiografia per farsi un’idea sul personaggio. Per capire che si ha a che fare con un tipo bizzarro, fuori dal comune e che al più grande writer piacerebbe senz’altro, perché dotato di grande capacità critica e di osservazione, di lucido realismo innaffiato da ludico autocompiacimento.

Paolo Zanardi debutta il 9 gennaio 1968, Venere in Capricorno, in una notte-alba così tempestosa che la levatrice per il gran fracasso non riusciva a farsi aprire il portone. Di qui il “Complesso della Levatrice” che lo segna profondamente incidendo a lungo sul suo percorso musicale. (Intro alla sua autobiografia). Negli anni Novanta fonda i Borgo Pirano con cui si esibisce a Livorno per il Premio Ciampi, e nel ’98 vincono il Premio Recanati. Pugliese, oggi vive a Roma dove si è trasferito da diversi anni. Qualche giorno fa è uscito il suo terzo album “Tutte le feste di domani”, interamente autoprodotto, composto da dieci canzoni ove spiccano il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album “Harem” e la esilarante “Arbeit Macht Frei” in cui è coadiuvato da gente del calibro di Caparezza e Antonio Rezza. È un disco che fa riflettere e pensare: se è vero che il mondo dell’arte – e della musica – è la più grande delle truffe, un ospizio per superprivilegiati velleitari e deboli, ogni tanto è bello incontrare personaggi che come lui sono in grado di smentirti.

Paolo, sei un cantautore cui potrebbe essere cucita addosso l’etichetta “di protesta”. Pensi che le canzoni possano – ancora – essere strumento per rendere il mondo un posto migliore dove vivere?
Beh, casomai sono un cantautore in protesto… credo che le canzoni possano rendere il mondo un posto migliore o peggiore esattamente come ogni nostro altro pensiero, azione, decisione, respiro, tutto contribuisce. Da questo punto di vista non vedo differenze tra lo scrivere una bella canzone e fare bene, non so, il piastrellista piuttosto che l’architetto… la canzone è sempre esistita come forma di intrattenimento, a volte sfiora la poesia, a volte la guittezza, a volte… lasciamo perdere.

Sei arrivato al tuo terzo album: visti i risultati puoi ritenerti soddisfatto? Credi che tu stia raccogliendo il giusto o ti senti sottovalutato?
Domanda a doppio taglio: se ti rispondo che mi sento sottovalutato ci faccio la figura del minchione vittimista, se ti rispondo che raccolgo il giusto sembra ti stia rispondendo da un ospedale psichiatrico, visto che, comunque, saranno in dieci a conoscermi in tutta la penisola… diciamo che per poterti rispondere dovrei prima avere la possibilità di arrivare a un pubblico quantomeno più vasto, e vederne la risposta… Raccoglierai quello che hai seminato, diceva qualcuno, e non è detto che il tempo della semina per me sia già concluso, di certo per ora si raccoglie poco.

Non fai politica esplicitamente, ma nelle tue canzoni lanci messaggi subliminali. Come se preferissi la satira sociale alla denuncia diretta…
Non ho mai fatto satira sociale o canzoni di denuncia se non in un caso. Per quanto riguarda i messaggi subliminali è più facile che li mandi a me stesso senza nemmeno accorgermene. Ci tengo a dire, però, che mi ritengo assolutamente ‘politico’, anche se non esplicitamente, e che gli artisti più politici sono proprio quelli meno ideologici e più ‘sganciati’ apparentemente dal contesto, mi viene in mente il mio amico Antonio Rezza ad esempio. Qualche anno fa Gaber rivelò in una conferenza stampa di non aver mai votato, i giornalisti rimasero imbambolati poverini, non riuscivano proprio a capire, come se essere o fare politica si riducesse a infilare una scheda in un vasino elettorale. ‘A differenza di voi io sono sempre stato coerente…’ così li apostrofò Gaber, immenso.

Se dovessi trovare una definizione per te direi che sei un “giocoliere della parola”. Al centro delle tue canzoni ci sono le parole. Mi descriveresti il processo di creazione delle tue canzoni? Cos’è che più ti ispira?
Ti ringrazio del complimento, ma devo contraddirti ancora una volta, nel senso che le parole per me sono importantissime, ma in un certo qual modo devono sempre essere asservite al discorso musicale. Mi piacerebbe consigliare al riguardo un libro di Paolo Conte (scritto a quattro mani) intitolato appunto Prima la musica, e parliamo di uno che ha vinto il premio Montale per i suoi testi. Detto questo, la musica viene spontanea, mentre le parole sono sempre una gran fatica da tirare fuori, almeno per me, ma tutte (o quasi) le parti musicali dei miei dischi, che siano un violino, una tromba, un sax, o un pianoforte sono scritte da me ad esempio… Non mi sono mai messo a osservare il processo di creazione di un brano, non c’è una regola, a volte si ascolta un brano altrui e fantasticandoci sopra si costruisce qualcosa di completamente diverso, sembra stupido ma succede, oppure si ascolta un discorso in un bar, si legge un verso di una poesia che ti colpisce, un titolo di giornale, si tratta di essere sempre in agguato, una volta ne scrivevo tre al giorno, invecchiando diminuisce l’energia, ma si affina l’istinto… predatorio.

Si intitola “Harem” il singolo che ha anticipato l’uscita del tuo nuovo album. Quanto pensi il lato oscuro di berlusconismo si sia insinuato nello spirito degl’italiani?
Non sono un politologo, ma provo a risponderti. Intanto Harem non parla di berlusconismo, pur essendo un brano molto ‘politico’, ed è stato scritto prima che esplodesse la cosiddetta mignottocrazia… dio che linguaggio… è un testo quasi buddista. Il video è stato girato dopo e ha delle attinenze con l’attualità, ma io non faccio canzoni sull’attualità, mi sembra una cosa volgare. Non penso che il berlusconismo si sia insediato nello spirito degli italiani, ho fatto in tempo a vivere gli ultimi scampoli dell’Italia democristiano-craxiana e credo che ci sia una certa consequenzialità in quello che è successo. Berlusconi ha semplicemente tirato fuori il peggio dagli italiani, che già non brillavano di loro. Certo è difficile immaginare un’alternativa alla democrazia rappresentativa, ma finché le persone delegheranno agli altri la responsabilità di decidere della propria vita temo non cambierà mai nulla, e i rivoluzionari di oggi siederanno sempre sulle poltrone di domani…

Roma è diventata la tua città. Sei arrivato nella Capitale qualche anno fa. Mi dici come la trovasti all’epoca e com’è cambiata ai tuoi occhi? Com’è vivere da artista, musicista nel tuo caso, nella città eterna?
Non basterebbe un anno per parlare di una città come Roma. Quando ci arrivai dovetti reimparare tutto, anche il modo di camminare, di mangiare, di respirare etc. Venivo dal profondo sud, dalla Puglia, e il risultato fu il mio secondo disco I Barboni Preferiscono Roma, storia delle mie peregrinazioni in periferia (il barbone ero io). In dieci anni e passa non è cambiata granché, se non in peggio, a volte mi appare come una polveriera pronta a esplodere, altre come una nube svogliata, di fondo sembra che tutti siano invischiati in una melassa sempre più densa, soffocante, e che agitandosi sprofondino sempre più nelle sabbie mobili. Io vivo a Torpignattara, un quartiere a maggioranza cinese e bengalese, ti lascio immaginare il connubio tra l’indolenza asiatica e l’accidia meridional-romana… a volte mi diverte molto osservarlo, ma poi cerco di muovermi e comincio a sprofondare lentamente.

In “Arbeit macht frei” compaiono artisti del calibro di Caparezza e Antonio Rezza. Com’è avvenuto il vostro incontro e quando avete deciso di collaborare assieme?
Arbeit macht frei
è l’unico esempio di denuncia sociale (a tutti i livelli) che puoi trovare nelle mie canzoni, è una cosa a parte, scritta sull’onda dell’orrore suscitatomi dai fatti della Thyssen-Krupp a Torino, da subito avevo in mente di coinvolgere Caparezza nel duetto in veste di politicante, l’ho chiamato e, come sempre quando si tratta di artisti veri, tutto è andato nel più semplice dei modi, il brano gli è piaciuto e ha accettato anche di girare il video. Antonio Rezza è un amico che ormai conosco da qualche anno e con cui ho addirittura girato un film in veste di attore, è un grande artista che mi ha anche involontariamente ispirato: la frase del brano “Vuoi un lavoro sicuro…sicuro?” è tratta da un suo spettacolo, Bahamut.

C’è un modello a cui ti ispiri a livello poetico? Quali sono le tue ispirazioni musicali? La tua voce richiama molto quella di Rino Gaetano, ma la musica che fai è molto diversa…
Le ispirazioni musicali sono talmente tante che si sono mescolate inestricabilmente ed è difficile per me indicarne una in particolare, preferisco che sia chi ascolta a condurre questo gioco, mi sembra più giusto…Fai bene a dire che la mia musica è molto diversa da quella di Rino Gaetano, lo penso anch’io e il paragone mi lusinga molto, adoro la sua voce, ma credo che ogni artista degno di questo nome faccia storia a sé, e poi ce ne sono così tanti di Rini Gaetanini in giro, soprattutto mascherati da artisti indie (si dice così?), inoltre tra fiction varie e cover band varie e “appropriazioni”politiche mi sembra che si stia facendo uno scempio di questo artista così amato ancora oggi, diciamo che a lui mi accomuna una certa volontà di essere solo (con io).

Come stai promuovendo il tuo nuovo album? Hai in programma una tournée?
Il disco lo sto promuovendo da solo, a piccoli passi, per quanto mi è possibile, anche grazie a giornalisti disponibili come te (e pochi altri), sto per fare qualche concerto in giro, ma dopo il tuo articolo mi aspetto una telefonata da tutti i club italiani e una scintillante tournèe… Ah!…