La democrazia ha un limite. Finisce dove cominciano le grandi opere. Sentite Violante: “Ci sono molti modi legali di contestazione. Dopodiché se si deve fare o no una grande opera non lo possono decidere i cittadini, perché riguarda molti altri che gli abitanti, mettiamo, di Bussoleno.(…). Poi deve scattare una solidarietà reciproca. Anche il cittadino deve dare dal basso la solidarietà all’opera pubblica. Senza grandi opere nessun Paese si sviluppa.” (Il Corriere della Sera, 5 marzo 2012). In questo testo esemplare le parole chiave sono “consultazione”, che significa che puoi presentarti e dire la tua opinione e poi tornare a casa; “solidarietà”, che è richiesto come un sentimento a senso unico: dei cittadini verso lo Stato, non dello Stato verso i cittadini; “radicalizzazione”, che descrive la propensione sbagliata a dire no alla grande opera; “estraneità” dei cittadini alla decisione: “non possono decidere gli abitanti di un luogo”.

Però tutti i consultati sono di volta in volta gli abitanti di un luogo. Viene così sancita con chiarezza la sacralità della grande opera. Infatti nel testo citato dal Corriere le parole “Grandi Opere” sono sempre scritte con la maiuscola. Trascrivo dalla stessa citazione: “Non può essere messo sulle stesso piano chi adempie a una decisione nazionale e internazionale già democraticamente presa e chi impedisce a un cantiere di lavorare. È responsabilità di governo far rispettare le leggi.”

Un ponte inesistente collega una parte di questa frase all’altra. Sono le parole “decisione nazionale e internazionale democraticamente presa.” Qui entriamo nello stesso gioco psicologico che rende possibili le guerre, anche contro il sentimento della opinione pubblica. Fanno eco da lontano le parole ferme, virili, di Mauro Moretti, capo delle Ferrovie dello Stato: “Il tracciato Torino-Lione è fissato. Andiamo avanti con quello.” Seguite la storia della cosiddetta mediazione fra gli stessi cittadini della stessa valle sotto diversi governi (Prodi, D’Alema, Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti ), condotta da un Architetto Virano di Torino, e vi rendete conto che ci si riunisce intorno alla decisione già presa, non intorno a un dibattito fra il sì e il no. Il no è cancellato all’origine. Virano: “Non c’è nulla di razionale in questa protesta. La Tav ha assunto un valore simbolico per una certa enclave politico-sindacale”. Già da queste parole è evidente la piega sbagliata della missione. Si tratta di persuadere, non di mediare. Non si media con una grande opera (usare le maiuscole) indispensabile all’Italia e al mondo.

Ecco il problema della democrazia di fronte alle grandi opere. Dove ci si presenta per dire no? E perché la grande opera è sempre, di volta in volta, voluta da tutti, meno che da coloro che, di luogo in luogo, si oppongono?

Impossibile proseguire senza far notare due aspetti di eventi come questi: uno è il costo, che è la tipica caratteristica della grande opera, molto più del suo senso o destinazione. Il costo è sempre immenso. E il secondo è il rapporto fra la grande opera in discussione e le altre grandi opere appena fatte, in corso o in attesa di costruzione. Anche per esse il costo è immenso. Possono dei cittadini, sia pure organizzati e coalizzati, fermare il dilagare di simili somme di danaro, con tutte le sue conseguenze imprenditoriali e politiche che fatalmente avranno, mentre quel danaro praticamente illimitato impianta cantieri e fa nascere foreste di gru e di ruspe?

E non è un grave danno per tutti se – con la tua ostinazione a dire no – produci perdite che aumentano il costo già immenso a carico di noi tutti? Il fatto è che ogni volta che si affaccia all’orizzonte della vita pubblica una grande opera che, di volta in volta, porta il rischio di devastare un paesaggio e cambiare milioni di vite, si produce una sorta di tsunami. La natura di questo tsunami è che investe i cittadini da una parte e dall’altra dello schieramento politico. Tutte le costosissime grandi opere sono trasversali e sono sempre unica strada per lo sviluppo, sempre per il bene di tutti.

Un buon esempio di indispensabile grande opera e di rivolta allo stesso tempo vasta e impossibile dei cittadini è il cosidetto “corridoio tirrenico”, una autostrada da Civitavecchia a Livorno che stanno per costruire lungo il mare proprio nei giorni della Tav, una autostrada chiesta da nessuno che cancellerà la Via Aurelia. La nuova opera correrà accanto alla ferrovia, che c’è e che funziona per merci e passeggeri. Ma orde di Tir inquinanti invaderanno lo splendido lungomare tirrenico, perchè serve al Paese, dà respiro al trasporto su gomma che ci collega al mondo. Ma a Torino il carico di quei Tir dovrà passare sul treno nuovo fiammante della Tav, che avrà sventrato la Val di Susa, per non inquinare la valle e per non isolarci dal resto del mondo. Le due grandi opere sono volute con passione da destra e sinistra, contro due diverse popolazioni italiane che cercano invano di salvare la loro terra. Lo so che c’è un che di folle, da film dell’assurdo, in questa storia. Ma c’è anche “una forte volontà politica” saldamente trasversale. E un costo immenso. Vi basta per scrivere “grandi opere” con la maiuscola e usare il “codice Violante” per mettere al loro posto (piccolo, irrilevante) i cittadini riottosi?

Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2012