Lo abbiamo intitolato “Marchionnemente” come se fosse un avverbio coniato dalla fantasia di Antonio Albanese, come una verità feroce in uno sproloquio di Cetto La Qualunque. Due parole fuse, ma anche – se volete – una sola e nuova, da inserire nel vocabolario per raccontare una storia industriale italiana che è diventata (anche) la frontiera di una nuova battaglia per i diritti in questo paese. “Marchionnemente”, come un avverbio epocale: perché non riguarda solo la Fiat (o chi lavora in Fiat), ma tutti noi.

Quello che sarà in edicola da domani (e poi in vendita per una settimana, 196 pagine, 1.80 euro) non è una semplice antologia ed è molto più di un doppio brodo concentrato. É un libro in cui abbiamo sviluppato e fuso il lavoro e i saperi di una intera redazione (la nostra), e il lavoro compiuto sul campo nello spazio di due anni. Come spesso capita, però, come in quella celebre rubrica della Settimana Enigmistica – “Che cosa apparirà?” – unendo tutti i punti del percorso, il profilo che è emerso è risultato così   nitido e interessante da stupire noi stessi. É come se, liberate dai confini di spazio del quotidiano (che sono obbligati) le penne dei nostri colleghi e le storie che abbiamo raccontato avessero preso a lievitare con il respiro del grande reportage sulle pagine. É come se unite da un unico contesto, queste inchieste e queste analisi, viste con occhi diversi e scritte con penne diverse, si fossero rivelate come tanti capitoli di una storia più grande. Una storia che la struttura del frammento e del corsivo non riusciva a cogliere.

Ed è come se la vicenda degli ultimi anni alla Fiat, riletta con il passo di una analisi più attenta, e filtrate dal tempo della scrittura, diventasse davvero metafora di una vicenda più grande, oserei dire universale: il racconto della grande battaglia che è stata lanciata in questo continente contro lo stato sociale, contro il fondamento stesso della costruzione del welfare europeo.    Ecco perché “Marchionnemente” è una parola inventata   per raccontare un problema vero e un senso di urgenza che ci attraversa: ciò che accadrà alla Fiat in questo inizio di secolo deciderà (come tante altre volte nella storia del nostro paese) i nuovi rapporti di forza fra chi produce e chi lavora, le regole del gioco non solo per chi è in Fiat, ma anche per tutti gli altri.

Nell’anno della grande crisi italiana abbiamo seguito i fili di tutte le storie – belle e drammatiche, emozionanti e tristi – che si sono intrecciate indissolubilmente in questa vertenza. Capitani di industria, lavoratori, processi, sentenze clamorose, acquisizioni, discriminazioni, scommesse di mercato, merci che girano il mondo e che a volte finiscono per contare più delle vite. È un libro epico, e anche un po’ drammatico, che si é scritto quasi da solo.

Il direttore ci ha dato il la. Ma ci voleva la penna di Vittorio Malagutti per decrittare, in modo non pregiudiziale l’enigma (prima di tutto finanziario) di Marchionne. Ci voleva la capacità di entrare nelle vite di Sandra Amurri, di Giorgio Meletti e di Enrico Fierro per raccontare in presa diretta (e talvolta, come vedrete, con capacità previsionali). Stefano Feltri ha gettato i binari. Stefano Caselli ha frugato nell’armadio della storia. Travaglio ha costruito uno dei suoi editoriali urticanti. Carlo Tecce e Malcom Pagani hanno isolato le vicende collaterali ma critiche (satira compresa), Vauro, Natangelo e Fucecchi hanno sintetizzato gli acuti che illuminano il tutto, Fu-rio Colombo ha distillato il senso alto di una analisi decisiva.

Prendetevi qualche ora di tempo per leggere questo dossier: scoprirete, come è accaduto a noi, che la Fiat ormai è diventata una metafora.