Si allarga la fenditura. Di qua chi governa, a qualsiasi titolo. Di là tutti gli altri. Può darsi che annuncino il loro esodo in piccoli gruppi potenti (i banchieri, gli avvocati), in tribù che prescelgono la dimostrazione fisica e locale (i tassisti) in manifestazioni più disperate che violente (le testimonianze dei ricoverati del pronto soccorso e di chi li accompagna) o nel sottofondo di voci che segue e commenta con indignazione, protesta o scherno quasi ogni funzione pubblica del Paese, dal viaggiare infinito dei pendolari alla sorpresa male accolta per gli ospedali che chiudono. Ma sto parlando di un distaccarsi esteso, a volte silenzioso e ordinato, raramente rappresentato dalle rivolte come quella dei No Tav, di cui si discute con grande confusione su causa ed effetto (viene prima la solitudine o la rivolta?) in questi giorni. Chi governa è ormai visto sempre come tecnico, nel senso di non amico, non nemico, non mio. Viene visto come qualcuno che sa fare qualcosa e la fa secondo le sue regole che non toccano in nessun punto le mie attese e i miei desideri.

Non ci sono più “nostri”, neppure per dirne male. Una prova sono i grandi giornali, con pagine e pagine di bollettini tecnici informativi non sugli eventi o sulla politica, ma su segmenti di vari progetti dei vari esperti, in cui non c’è una visione. C’è un prontuario di soluzioni a date domande. A volte c’è la soluzione a breve di un problema assillante, a volte di qualcosa di misterioso di cui non sapevi e non volevi sapere nulla, perché nessuno te ne aveva parlato. Ti guardi attorno e ti accorgi che la distanza fra cittadini e politica si è trasformata in una distanza almeno altrettanto grande fra i cittadini e tutte le istituzioni. Sbagliato farne la questione dei più che accettano i tempi difficili e dei ribelli che, anche se violenti, sono pochi e sono una causa persa. Ma non sentite il peso sempre più grande della solitudine dei cittadini? Dove, a chi vanno a spiegare le loro ragioni, giuste o sbagliate, corporative o di estrema sopravvivenza? Sanno che nessuno li aspetta e nessuno li cerca. I No Tav, l’altro giorno a Roma, hanno tentato una cosa impossibile e anche priva di senso: entrare nella sede di un partito (il Pd) e parlare.

Per quanto ci hanno detto, la violenza è stata minima (quasi solo modi maleducati), il progetto antico (parliamo e sentiamo cosa ci dicono) l’esito nullo. Fuori da un talk-show nessuno parla con nessuno o ha niente da dire. Non esiste più, da molto tempo, l’incontro con cinquanta o sessanta persone (a meno che non siano raccolte tra i quadri interni di un partito ) o l’ascolto magari sgradevole delle incompetenti opinioni di cittadini non invitati. C’è un abisso fra noi, che siamo preparati e abbiamo sentito anche i consulenti e loro, che esprimono soprattutto cattivi umori perché si limitano a guardare “nel loro giardino” (ho proprio sentito usare questa frase, forse come traduzione di Not in my backyard). Il fatto è che, anche volendo, i partiti non possono, non devono intervenire. Con un po’ di immaginazione puoi figurarti le truppe sulla collina, i cavalli tenuti al morso, ciascuna armata ferma e in attesa dietro al suo generale (l’ispirazione è ai quadri napoleonici di David). La consegna è che in questo frattempo, lungo anni, niente deve accadere. Niente che dipenda da queste armate dette partiti. Per la verità sono pronte e addestrate ad altro. Sono addestrate a propaganda, persuasione, promessa, futuro, tutto il peso scaricato sul mondo che viene dopo. Qui invece, avvertono i tecnici, i consulenti, gli esperti, il peso è già stato scaricato sul mondo venuto prima e bisogna saldare il conto oppure non si può proseguire. Vuol dire che non c’è vento per le bandiere.

Vuole anche dire che le lunghe fermate spostano l’attivismo da fuori a dentro, e ciascuno che conti qualcosa, privato del nemico da fuori, deve trovarsi un nemico nel rivale di partito. Lo combatte, lo dileggia, lo raccomanda al disprezzo. Il pubblico (ormai si dice così) si allontana. Ma se il blocco di ogni attività dei partiti, che non possono e non devono agire finché nella sala operativa ci sono i tecnici, non porta bene ai partiti, la solitudine non porta bene ai cittadini. Capiscono di essere tagliati fuori e si allontanano di più. Fate un giro, in qualunque momento in cui ci sia seduta di Parlamento, nella piazza di Montecitorio, davanti alla Camera. Una folla c’è sempre, ma non cerca e non guarda e non chiama e non insulta nessuno, anche se passa lì accanto ed è noto per il talk-show.

Ci sono le bandiere di una ditta, di un sindacato, di un Comune, qualche altoparlante per gli slogan. Quasi tutti in silenzio. Oppure gridano al muro, non a qualcuno. La sensazione è di un altrove che un montaggio abile ha collocato vicino. Vicino a niente. Nessuno cerca sostegno perché sembra spenta ogni fiducia e l’antagonismo ha una forma fredda e compatta non di scontro, ma di assenza. I cittadini che sono qui rappresentano, in modo paradossale, tutti coloro che non vogliono esserci. Tanti. Accade questo. Il governo dei tecnici non ha e non cerca relazioni o rapporti. Ognuno ne ha per suo conto nel giro della propria specializzazione. I leader di partito si scostano quasi istintivamente dalla loro base (o si confrontano solo con assemblee di quadri) per non correre il rischio di violare l’impegno a non agire. I cittadini se ne vanno. Dove, quando, con chi si troverà un punto di raccordo fra le parti smontate dell’enigma politico italiano? Ci arriveremo in tempo?