«Risalga su quel ‘Michelangelo’, c…!». A partire dal comandante-sottosegretario Roberto Cecchi, l’intero comando del ‘finto-Michelangelo-da-crociera’ sta cercando in queste ore di mettersi in salvo, precipitando nelle più inverosimili scialuppe (leggende metropolitane su pareri di illustri defunti, irrilevanti carteggi privati): rigorosamente a propria insaputa.

Dopo l’impatto col roccioso e acuminato scoglio del rinvio a giudizio della Corte dei Conti, il celeberrimo Cristo ligneo, già nave ammiraglia della poderosa flotta culturale dell’armatore in disarmo Sandro Bondi, giace sui fondali dei depositi del Polo Museale Fiorentino, pericolosamente inclinato su un fianco. Quanto fa male ricordare, nell’ora del naufragio, i giorni gloriosi del varo.

Credo sia difficile trovare un’altra opera d’arte che sia stata esibita, nel giro di dieci giorni (era la fine del dicembre 2008), al papa, al presidente della Repubblica e a quello della Camera; che sia stata portata fisicamente negli studi del Tg1; della quale sia stato progettato l’invio negli Stati Uniti, a solennizzare l’insediamento di un nuovo presidente; che sia stata esposta a Montecitorio; che, per oltre un anno dal suo acquisto, sia stata ininterrottamente protagonista di mostre monografiche da Trapani a Milano; che sia stata sommersa da un paragonabile diluvio di retorica autocelebrativa da parte del Governo, e per opera della stampa tutta.

Chi vuol conoscere i dettagli della storia può cliccare sulle Frequently Asked Questions circa il caso del finto-Michelangelo, ma in sintesi estrema i passaggi sono i seguenti.

1) Un brillante antiquario torinese compra un Cristo crocifisso ligneo di 42 centimetri da un collega fiorentino, il quale a sua volta l’aveva acquistato negli Stati Uniti per l’equivalente di diecimila euro;

2) tre autorevoli storici dell’arte si convincono che sia un’opera del giovane Michelangelo, e la presentano come tale in una mostra del 2004 a Firenze: nonostante che la mostra avvenga in un museo pubblico, il catalogo (prefato dal soprintendente Antonio Paolucci!) non è uno studio terzo, ma il catalogo di vendita dell’antiquario;

3) nel 2005 la successora di Paolucci alla soprintendenza di Firenze, Cristina Acidini, propone al Mibac di comprare l’opera;

4) il comitato tecnico-scientifico di storia dell’arte del Mibac decide di non chiedere nessun parere terzo: basta e avanza il catalogo dell’antiquario (!); se avessero provato a fare il loro lavoro, si sarebbero accorti che nessun’altro esperto credeva all’attribuzione, perché si conoscono venti crocifissi usciti dalla stessa bottega seriale del primo Cinquecento fiorentino;

5) l’Acidini certifica il prezzo (3.250.000 euro: prezzo improbabilmente basso per un vero Michelangelo, pazzescamente alto per il povero Cristino, che ne varrà 50mila a esagerare), e il direttore generale Roberto Cecchi decide di comprarlo;

6) esplode la campagna di stampa più bombastica e retorica della storia del Mibac: l’armatore Bondi, il comandante Cecchi e tutto l’equipaggio vengono portati sugli scudi come eroi del patrimonio storico e artistico italiano (che intanto, ovviamente, va in rovina) e difensori della fede (è un Cristo, che diamine!);

7) una pattuglia di rompiscatole della quale mi onoro di far parte (vedi il libro che ho dedicato alla storia) rovina la festa del varo, e cerca di tenere accesi i riflettori su tutte le gravissime falle dell’ammiraglia lignea (la quale rimane inspiegabilmente invisibile: sono tanto convinti di aver comprato un Michelangelo, che non lo espongono da due anni!);

8) lo scoglio della Corte dei Conti squarcia la chiglia: siamo alla cronaca di questi giorni.

Questa incredibile vicenda appare una metafora perfetta del ruolo di escort acquisito dalla storia dell’arte nella società italiana contemporanea: e raccontarla significa parlare di una realtà vastissima, che la trascende di gran lunga. Significa parlare del potere del mercato, dell’inadeguatezza degli storici dell’arte, della cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche, del sistema delle mostre, del miope opportunismo dell’università e della complice superficialità dei mezzi di comunicazione.

Il discorso, dunque, è appena cominciato.

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