La Proprietà Intellettuale (PI) non smette d’imporsi alla nostra attenzione. A pochi giorni dall’accantonamento delle proposte di legge note come SOPA e PIPA da parte del Congresso Usa sono arrivate la chiusura di Megaupload e la firma, da parte della Polonia, del trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement). Quest’ultimo consiste in una versione internazionale della legislazione liberticida che DMCA ha introdotto negli Usa (nel 2000) e che SOPA/PIPA intendono ampliare. Per comprendere ACTA occorre inquadrarlo nel processo di estensione mondiale del sistema di PI americano iniziato un decennio fa con la costituzione del WIPO all’interno del WTO e l’adozione di TRIPS.

Il campo di applicazione di ACTA va ben al di là dei prodotti coperti da copyright e si occupa anche dell’imitazione e (supposta) contraffazione di merci oltre che della produzione e distribuzione di farmaci generici. Tralascerò la questione dei brevetti e mi concentrerò sul diritto d’autore. Il danno sociale provocato dalla legislazione brevettuale è molto maggiore di quello causato dal copyright, ma visto che di musica, libri e film si discute più che di medicine e software lasciamo questi ultimi per una futura occasione. In ognuno degli acronimi indicati il problema è il seguente: al fine di garantire che i titolari di copyright possano impedire ad altri di riprodurre o scambiarsi copie dei loro prodotti, si adotta una legislazione che da un lato viola la libertà di espressione di tutti (“pirati” e non) e, dall’altro, forza i gestori di server Internet e altri fornitori di servizi ad agire in qualità di poliziotti obbligati a controllare che tipo di materiale circola in rete o viene depositato nei server. Nelle sue versioni estreme questa legislazione impone ai produttori di server e software di sobbarcarsi costi aggiuntivi per apportare ai loro prodotti delle alterazioni che li adattino al controllo di “polizia preventiva”. Il mio collega David Levine ha osservato che prima si richiede ai gestori di garage di farsi carico di controllare che ogni macchina lì parcheggiata sia in regola con il bollo, l’assicurazione e quant’altro e che, poi, si tenta d’imporre ai costruttori di garage e ai produttori d’automobili d’introdurre nei loro prodotti degli strumenti che possano permettere di segnalare che sulla tal automobile il bollo non è stato pagato o l’assicurazione non è in regola. Già questo dovrebbe bastare, ma v’è di più: v’è il fatto che, oggi come oggi, la protezione del copyright è diventata un ostacolo alla creatività e alla diffusione della cultura.

L’argomento standard è il seguente: senza copyright non vi sarebbe produzione artistica d’alcun tipo. L’evidenza storica contraddice questa affermazione. Ma chiediamoci comunque a cosa serva la recente estensione della durata del copyright sulle registrazioni musicali da 50 a 70 anni (l’industria musicale chiedeva 95) da parte della Ue. L’autore era già coperto per i 50 anni seguenti alla sua morte. Ora ci sono 70 anni dalla registrazione del pezzo: o il musicista tipico produce tutto quanto deve produrre prima di raggiungere i 10 anni di età o registrare musica fa diventare dei matusalemme. L’evidenza suggerisce che queste estensioni retroattive servono solo alle compagnie di distribuzione di musica, libri e film che possono così continuare a raccogliere rendite sui prodotti di artisti defunti.
La “pirateria” non riduce le dimensioni del mercato musicale rispetto a quelle di venti o trenta anni fa ma, al peggio le fa crescere meno. Se ai Beatles, ai Rolling Stones o a Lucio Battisti conveniva cantare quando vendere un milione di copie succedeva raramente, davvero le Britney e i Fabri Fibra d’oggi hanno bisogno di poter sperare di vendere cinque o dieci volte tanto per scegliere di non fare un altro (quale?) lavoro? Davvero il tipico musicista o attore di successo smetterebbe di fare ciò che fa se, a causa di una riduzione dei termini, il copyright sulle sue opere durasse solo 10 anni? Mi permetto di dubitarlo: qualsiasi artista di grande fama continuerebbe a fare l’artista di grande fama anche se le rendite di monopolio che oggi riceve grazie al copyright fossero ridotte a un decimo di quello che sono.

Consideriamo infine gli incentivi del “creatore medio”. Il tipico saggio accademico vende, in Italia, poche centinaia di copie che diventano qualche migliaio per libri in inglese; circa il 95 per cento dei romanzi pubblicati in lingua inglese generano, per l’autore, guadagni inferiori ai diecimila dollari e vendono poche migliaia di copie. Non ho dati italiani, ma dubito siano diversi. Idem per musicisti e attori minori. Le copie di questi libri/dischi/film si vendono/affittano quasi tutte nello spazio di pochi anni, spesso pochi mesi, dalla loro pubblicazione. Anche se il copyright durasse solo 5 o 10 anni a nessuno converrebbe fare l’investimento necessario per “copiare” questi prodotti. Si copiano i grandi successi dopo che lo sono diventati e il creatore originale si è arricchito. Il copyright non aiuta chi crea, ma rallenta la diffusione della cultura facendo guadagnare rendite di monopolio a chi controlla la distribuzione dei prodotti. La tecnologia digitale ci permette di far senza questi monopoli ed è tempo di capirlo.

Il Fatto Quotidiano, 31 Gennaio 2012