La situazione in Siria sta precipitando rapidamente. Secondo la tv di stato di Damasco, all’alba di questa mattina un gruppo di uomini armati non identificati ha fatto saltare in aria il gasdotto che collega la provincia di Homs, una delle città epicentro delle proteste anti regime degli ultimi 10 mesi, con il confine libanese. L’esplosione, che la tv di stato attribuisce a “terroristi”, è avvenuta nella località di Tal Hosh, a meno di dieci chilometri dal confine con il Libano.

La situazione più drammatica, però, è quelle che nelle ultime ore si vive in alcuni quartieri periferici della capitale Damasco. Domenica l’esercito siriano ha lanciato una massiccia offensiva, anche con l’impiego di blindati e carri armati, per riprendere il controllo di alcune zone passate nelle mani dei ribelli, coordinati nel cosiddetto Free Syria Army. Secondo le organizzazioni delle opposizioni, almeno 62 persone sono morte negli scontri nelle ultime 48 ore e nel quartiere di Saqba sono stati sentiti anche colpi di artiglieria pesante. Che lo scontro interno alla Siria abbia fatto un salto di qualità nelle ultime settimane lo dimostrano anche i funerali di una cinquantina di soldati dell’esercito regolare e delle forze di sicurezza che si sono svolti a Damasco. Un segno che le proteste contro il governo di Bashar Assad si stanno ormai trasformando in uno scontro armato, molto vicino alla guerra civile preconizzata pochi giorni fa dal premier turco Recep Tayyip Erdogan come «il pericolo da evitare assolutamente».

Domenica per il governo Assad è stato anche il giorno in cui la Lega Araba ha deciso di sospendere la missione dei suoi osservatori, arrivati in Siria poche settimane fa. La presenza internazionale avrebbe dovuto portare a un accertamento dei fatti – il regime accusa “gruppi armati provenienti dall’estero” di alimentare le proteste – e avviare l’applicazione delle riforme istituzionali promesse più volte da Assad (nuova costituzione entro marzo e poi elezioni multipartitiche). Nulla di tutto questo è avvenuto e gli scontri, le manifestazioni e la repressione sono continuati con la stessa intensità dei mesi precedenti, se non peggio.

Secondo alcune testimonianze raccolte dalle agenzie di stampa internazionali, quella che si combatte nelle ultime ore alla periferia di Damasco è una vera e propria “guerra urbana”. Almeno 2 mila soldati e una cinquantina di mezzi corazzati, scrive la Reuters, hanno partecipato alla “riconquista” dei quartieri presi dagli insorti. I combattimenti più duri si sono svolti nel quartiere di al-Ghouta, a una decina di chilometri dal centro della capitale, dove secondo l’emittente panaraba Al Jazeera le forze di sicurezza starebbero anche operando arresti e perquisizioni casa per casa. I dati dell’Onu parlano ormai di almeno 5400 morti dall’inizio delle proteste e della repressione, ma questa cifra è stata ampiamente superata con gli scontri delle ultime settimane.

Nonostante il deterioramento costante della situazione, la Russia continua a bloccare all’Onu una risoluzione di condanna del regime siriano e a non appoggiare la richiesta di “dimissioni” di Assad che arriva dai paesi occidentali. Non solo, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha anche criticato la decisione di alcuni paesi arabi, specialmente quelli del Golfo, di ritirare i propri osservatori dalla missione della Lega Araba: «Appoggiamo un aumento degli osservatori – ha detto il capo della diplomazia russa dal Brunei – E non condividiamo le critiche mosse alla missione degli osservatori. Ci sembrano affermazioni che impediscono di riprendere il dialogo e bruciano una possibilità di mediazione assolutamente da non perdere». Sul campo restano solo un centinaio di osservatori, che però, dopo la decisione della Lega araba di sospendere la missione, rimangono senza incarichi, in attesa degli sviluppi diplomatici.

Intanto, a New York, nel Palazzo di vetro dell’Onu, è atteso il segretario della Lega Araba, Nabil El Arabi, che riferirà al Consiglio di sicurezza sulla situazione in Siria e dovrebbe cercare di guadagnare l’appoggio del Consiglio al piano di pace preparato dalla Lega Araba, che include le dimissioni di Assad. Un atto che il presidente siriano ha ripetutamente escluso, fintanto che «non mi sarà chiesto dal popolo».

di Joseph Zarlingo