Adelchi Sergio (foto di Antonio Castelluzzo)

“Non farmi dire quello che penso realmente. Lui purtroppo ha già dimostrato di essere quello che è di fronte a tutti noi, i suoi ex 2500 dipendenti“. Tanti ne aveva nel picco della sua produzione, nel 1998, il Gruppo Adelchi, uno dei più grandi calzaturifici d’Italia fino a qualche anno fa. La rabbia di Gianfranco Bramato è autentica. Ieri ha aspetta per ore, al freddo, ai piedi della Prefettura di Lecce. “Ho fatto 60km solo per vederlo in faccia, qui, con la coda tra le gambe”, ha detto. Sopra, a metà pomeriggio, s’è presentato lui, il re delle scarpe del Capo di Leuca, Adelchi Sergio. Convocazione voluta dal Prefetto Giuliana Perrotta, con una lunga lettera, accorata e pungente, scritta di proprio pugno e che inizia così: “Mi dicono che, malgrado gli inviti, i proprietari della fabbrica che porta il suo nome non si presentano ai tavoli di concertazione. Mi dicono che il destino della fabbrica e dei lavoratori è ormai segnato tra concordati preventivi, delocalizzazioni definitive e una generale deresponsabilizzazione. Se questa mia potrà sortire l’effetto di risvegliare l’orgoglio dell’imprenditore, contatti i miei uffici”.

Sono tre anni che la vertenza più difficile e dolorosa della Puglia si trascina, tra tavoli tecnici, cassa integrazione infinita, scioperi, cortei, occupazioni, minacce di darsi fuoco, incontri, scontri. L’ultima catena di montaggio, funzionante a singhiozzo nei capannoni industriali di Tricase, è stata spenta il 16marzo 2009, una vita fa. Da allora, solo ammortizzatori sociali, in scadenza il 31 dicembre, e tanto, tanto, lavoro nero per gli ultimi 700 operai rimasti. Da ora, però, anche l’infrangersi di ogni, seppur minima, nuova speranza. Adelchi Sergio si è fatto rincorrere all’uscita da Palazzo dei Celestini. Era nervoso, stizzito: “No comment, no comment”. Si è parlato di quelli che per 25 anni sono stati i suoi operai, lui non si è mai presentato neppure ai tavoli. “Vuol dire che non ho nulla da dire. Non c’è nulla che io possa fare di più, è finita. Ed è colpa delle istituzioni, loro lo sanno”.

Uno scaricabarile e un nulla da fare. Il capo di Gabinetto della Prefettura, Guido Aprea, lo ha confermato: “L’azienda ha ribadito, carte alla mano, la totale impossibilità di tornare a occupare anche un solo lavoratore. Era questo un ultimo tentativo che volevamo fare con lui, per capire come muoverci d’ora in poi, ma la storia e i numeri che Sergio ha esplicitato sono fin troppo chiari e dicono che non c’è alcuna possibilità di reimpiego degli operai”.

Non qui, non in Italia, almeno. E’ dal 1996 che l’Adelchi delocalizza l’intero processo produttivo all’estero. Si è svuotata, man mano, la pancia del Salento, per riempire prima quella della vicina Albania, poi anche quella del lontano Bangladesh. Manodopera a prezzi troppo competitivi. In Puglia, tra Tricase e Specchia, è rimasta solo la mente, chi disegna e produce i campioni delle scarpe che vengono cucite altrove, in Paesi in cui da sedici anni si è pensato di costituire joint venture, “che ricevono da questa azienda il know-how che consente loro di produrre e commercializzare direttamente verso l’abituale clientela di questa società”. Lo aveva scritto anche nero su bianco, Sergio, nel bilancio 2008. “La Nuova Adelchi Spa è destinata a diventare una società di servizi a supporto di quei produttori stranieri”, vale a dire le aziende sorelle (la Donianna di Valona e la bengalese Apex Adelchi Footwear Limited), a cui ci si è preoccupati di girare anche i clienti. E di cui, però, ci si è accollati anche i debiti. La perdita del gruppo aggira intorno ai 30milioni di euro. Ci vuole poco. “Noi, negli ultimi anni, abbiamo per la gran parte solo cambiato il marchio alle scarpe che ci arrivavano già belle e pronte dall’estero. Via il Made in Albania o il Made in Bangladesh, ci appiccicavamo il Made in Italy. Ma le contestazioni della clientela ce le siamo accollate sempre noi”, ha aggiunto un altro operaio, Rocco Panico. Le visure camerali, ancora una volta, ne danno atto.

Sono difficili da leggere e incrociare, incastrate l’una all’altra in un ‘sistema’ che disegna un autentico gioco di scatole cinesi, finito, dopo le denunce dei lavoratori, al centro di un complesso lavoro di indagine da parte delle fiamme gialle. I finanzieri hanno accertato, infatti, che nove aziende, apparentemente separate, sono in realtà tutte riconducibili al Gruppo Adelchi, intestate a familiari o dipendenti. L’impianto ha funzionato in questo modo: l’azienda madre ha messo in cassa integrazione i lavoratori, li ha fatti iscrivere nelle liste di mobilità, dopo alcuni giorni li ha fatti assorbire dalle sue stesse nuove aziende, create ad hoc. Sulla carta, centinaia di operai vengono licenziati e assunti da altri imprenditori. Nella realtà, rimangono sempre in quei capannoni, di fronte agli stessi macchinari (quelli acquistati con 3milioni di euro di fondi pubblici derivanti dalla famosa legge 488), dipendenti di aziende con assetti societari pressoché identici. Un sistema che avrebbe così permesso, in maniera illecita, di ottenere sgravi contributivi e fiscali per quasi dieci milioni di euro.

Ecco perché sui bilanci pesa anche un altro capitolo, quello della presunta truffa aggravata ai danni dell’Inps, accusa che il 16 marzo 2011 ha portato la Guardia di Finanza di Lecce ad apporre i sigilli a ventotto beni immobili, tra cui tre ville, undici terreni, capannoni industriali. Il sequestro ‘per equivalente’, richiesto dal pm Giovanni De Palma e disposto dal gip Maurizio Saso, ha interessato anche quote societarie delle nove aziende. Il tutto per un valore di ventiquattro milioni di euro. Il tribunale del Riesame ha annullato poi il sequestro, perché ha riqualificato il capo d’imputazione in ‘indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato’. E per i cinque indagati, Adelchi Sergio e i due figli Sergio Adelchi Sergio e Cinzia Sergio, il direttore del personale, Ippazio Prete, e l’ex ragioniere, Eugenio Scarnera, a settembre la Procura di Lecce ha chiesto il rinvio a giudizio.