Per S&P il problema non sono i singoli paesi, ma l’Europa, le cui politiche “possono risultare insufficienti” (garbato eufemismo) per far fronte agli stress sistemici incombenti sull’Eurozona. Questo, dice la società di rating, perché i problemi finanziari dell’Eurozona sono la conseguenza non soltanto di politiche fiscali allegre, ma di “squilibri esterni e divergenze crescenti di competitività tra i paesi del centro dell’Eurozona e la cosiddetta ‘periferia’. Per questo motivo – prosegue S&P – riteniamo che un processo di riforma basato unicamente sull’austerità fiscale rischi di diventare controproducente, a causa di una domanda interna in calo per via delle crescenti preoccupazioni dei consumatori sulla sicurezza del proprio posto di lavoro e sui redditi a propria disposizione”, che a sua volta comporterà “l’erosione delle entrate fiscali”.

S&P ha ragione: la monomaniacale attenzione al debito oggi è il principale ostacolo alla crescita, in quanto comporta manovre che deprimono l’economia, e quindi fanno peggiorare il rapporto debito/pil. Perciò, anziché gridare alla congiura, i politici europei farebbero bene a cambiare politiche. Dimenticandosi il Fondo salva-Stati (che a questo punto perderà la tripla A), dando mandato alla Bce di bloccare l’emergenza acquistando titoli di Stato, e non impedendo gli investimenti necessari per far ripartire la crescita.

Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2012

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