Questa volta Standard & Poor’s ha esagerato. La decisione di tagliare il giudizio sul debito di mezza Eurozona, mandando l’Italia in serie B (BBB +) e togliendo alla Francia la tripla A, ha scatenato quella rabbia finora repressa verso i giudici degli Stati che non rispondono a nessuno se non ai loro azionisti (S & P, come Fitch e Moody’s, è quotata in Borsa). “Il governo portoghese deplora la decisione di S & P” di declassare il debito di Lisbona. Con la rabbia di chi è quasi in fondo alla scala della rispettabilità creditizia (BB), l’esecutivo di Pedro Passos Coelho dice ciò che molti pensano. “Non siamo noi i mandanti della crisi dell’euro”, spiega il direttore generale dell’agenzia Moritz Kraemer in una conference call. Eppure resta l’impressione che S & P ne sia almeno un catalizzatore.
Basta guardare le dichiarazioni di ieri, sempre nella conference call: Italia e Spagna sono a rischio con possibilità di “immediato peggioramento”, c’è il “40 per cento di possibilità di una recessione nell’Eurozona, e il salvataggio di Spagna e Italia è “oltre la portata del fondo Efsf”, il Fondo salva Stati europeo basato a Lussemburgo. Tutte ovvietà, i report delle agenzie non brillano mai per analisi originali. Ma se il Fondo Efsf è malridotto è proprio perché le banalità di S & P producono effetti concreti quando si traducono in un cambio di lettera nel giudizio di affidabilità del debito: da ieri al fondo Efsf mancano 180 miliardi di euro di garanzie, proprio a causa della perdita della tripla A di Francia e Austria. Se il fondo vuole mantenere lo stesso merito di credito, qualcuno dovrebbe impegnarsi per una cifra analoga.
L’alternativa, ventilata ieri proprio da S & P, è che venga declassato anche il fondo, che faticherà quindi ad adempiere il proprio compito, trovare credito a basso prezzo da girare agli Stati in crisi. Quando si passerà dall’Efsf all’Esm, il Meccanismo di stabilità, questo problema dovrebbe svanire perché i soldi si verseranno davvero, cash, non garanzie. Ma avere 500 miliardi pronti sarà ancora più difficile per Paesi declassati. La questione delle agenzie di rating “vale una considerazione”, è il commento di Angela Merkel. Il cancelliere tedesco è comprensibilmente cauto, visto che la Germania è rimasta al riparo dai colpi di S & P che le riconoscono “politiche di bilancio prudenti” e in grado di “limitare il rapporto tra debito e Pil”. Anche se in Germania qualcuno (i falchi) gongola perché i Paesi mediterranei vengono bastonati, perfino il monolitico fronte del rigore tedesco mostra qualche timore. Ewald Nowotny, membro tedesco del direttivo della Bce, avverte che “il downgrade dell’Italia è uno degli aspetti più problematici del colpo terribile assestato dall’agenzia di rating”.
Il tentativo di Mario Monti di guadagnare fiducia sui mercati diventa più complicato dopo un declassamento dal forte impatto simbolico (per la prima volta l’Italia passa dalla fascia delle A a quella delle B). E, si legge nella nota, c’è una possibilità su tre che tra il 2012 e il 2013 arrivi un’altra bocciatura. Proprio il caso italiano evidenzia il problema principale delle agenzie: a che pro risanare e fare sacrifici se poi si viene declassati comunque? Secondo il tipico schema delle profezie che si autoavverano, il downgrade, che si basa sul passato ma considera il futuro, determina un peggioramento dell’umore degli investitori verso l’Italia, aumentando quindi le possibilità che si verifichi lo scenario negativo ipotizzato dall’agenzia. Non sono problemi nuovi, il 15 novembre dello scorso anno la Commissione europea ha pubblicato la proposta di una direttiva sulle agenzie di rating. Ci sono varie opzioni, quella preferita dai tedeschi è la creazione di un’agenzia di rating europea (i cinesi si sono fatti la loro), che risponda ai governi europei e sia finanziata dal bilancio comunitario, così da emanciparsi da Wall Street. Costerebbe anche poco, massimo 9 milioni all’anno, ma chissà se sul mercato sarebbe presa sul serio, visto che farebbe un po ’ l’effetto dell’oste che spiega quanto è buono il suo vino.
Ma così non si risolvono i due problemi principali: gli errori di valutazione e gli effetti valanga. Tre economisti dell’Università di San Gallo, in Svizzera (Manfred Gärtner, Björn Griesbach Florian Jung) hanno scoperto per esempio che l’improvviso downgrade dell’Irlanda è avvenuto sull’onda del panico, non di valutazioni razionali: stando ai metodi di analisi applicati in precedenza da S & P, nel 2010 Dublino avrebbe dovuto avere AA e non BBB +. Quando c’è di mezzo la politica, interna ed europea, gli esperti di finanza non sembrano molto più freddi e competenti delle persone normali. Ed è la stessa Commissione Ue, nel report che accompagna la proposta della direttiva, a spiegare che tutta l’architettura finanziaria europea è costruita in modo da innescare vendite automatiche a catena in caso di declassamento (colpa delle linee guida della Bce). La soluzione più semplice sarebbe vietare i rating al debito pubblico. Ma è una di quelle idee, come la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, che sembrano destinate a restare nelle aule accademiche.
da Il Fatto Quotidiano del 15 gennaio 2012













